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Fra gli artigiani comaschi regna il pessimismo

29 gennaio 2013 – 22:09Nessun Commento

Marco Galimberti, presidente di Confartigianato Como

In un quadro di settore negativo a livello regionale, l’ambito lariano non fa eccezione e nella grande maggioranza dei casi le imprese vedono il futuro a colori foschi.

I dati del comparto artigiano in Lombardia sono stati diffusi in occasione della Giornata di Mobilitazione Nazionale organizzata da Rete Imprese Italia, a cura dell’Osservatorio MPI di Confartigianato Lombardia.

Numeri che mostrano un trend in discesa: nel 2012 si contavano in regione quasi 264mila imprese registrate (263.955, -1,4% sul 2011), a costituire circa un quinto (18,3%) dell’intero settore nazionale, e a fronte di all’incirca 18.700 iscrizioni nel corso dell’anno si sono contate 22.300 cessazioni, per un saldo negativo attorno alle 3.600 unità.

E neppure l’export può più di tanto supportare il comparto, poiché, seppure abbia tenuto e fatto registrare nei primi nove mesi dell’anno un tendenza positiva, dà segnali di rallentamento. Ciò in quanto alla variazione tendenziale positiva del 13,1% nei primi tre trimestri 2011 ha fatto seguito nel medesimo periodo del 2012 un ben più contenuto +3,7% sull’identico periodo dell’anno precedente.

Tutto ciò non può che riflettersi negli “umori” della categoria anche a livello locale, col presidente di Confartigianato Imprese Como, Marco Galimberti, che ha sottolineato come “per ogni azienda che chiude, un pezzo dell’Italia muore (e solo nel 2012 hanno chiuso 1.000 aziende al giorno)”, mentre un sondaggio flash realizzato dal sodalizio fra i propri associati ha evidenziato un quadro di generale pessimismo, con il 55,68% degli interpellati a ritenere che la situazione economica peggiorerà e con un altro 42,5% che non vede alcun miglioramento futuro.

Sotto accusa per gli artigiani lariani il Governo centrale, il cui operato è stato giudicato negativamente per ben il 93% degl’intervistati, poiché non è stato in grado di affrontare i nodi cruciali dei tagli alle spese e ai costi della politica, incrementando invece la pressione fiscale sulle aziende.

Pierangelo Piantanida

 

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