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Gli Svizzeri sconfitti a Melegnano (4)

14 settembre 2015 – 10:04Nessun Commento

La battaglia vista dal mercenario Urs Graf (Kunstmuseum, Basilea)

14 settembre 1515. La battaglia fra le truppe svizzere e quelle francesi scoppiata l’altro ieri nei pressi di Melegnano è durata due giorni e si è conclusa con una pesante sconfitta degli svizzeri. Nei campi di Zivido giacciono almeno quattordicimila morti. Gli svizzeri ritiratisi a Milano dopo la sconfitta si preparano a lasciare la città al re di Francia Francesco I.

La decisione di affrontare i francesi è stata presa dai soldati svizzeri contro il parere dei loro comandanti. Istigati anche dal cardinale vallesano Schiner, molto ascoltato dagli svizzeri provenienti dai cantoni cattolici, le truppe svizzere – circa 20’000 uomini – si sono dirette verso Melegnano, dove si trova l’accampamento francese, senza l’appoggio dei cantoni della Svizzera occidentale, che hanno preferito accettare il compenso offerto dai francesi per ritirarsi.

“All’una la nostra vedetta, che osservava le porte di Milano, ci avvertì che gli Svizzeri uscivano dalla città per attaccarci. Allora facemmo prendere posizione alle nostre truppe. Gli svizzeri erano divisi in tre squadroni: il primo di diecimila uomini, il secondo di ottomila, e il terzo di diecimila. Vi assicuro che venivano per farmi a pezzi”, si legge nella lettera scritta da Francesco I a sua madre dopo la battaglia.

Le truppe del re di Francia sono schierate poco avanti la città, verso il borgo di Santa Brigida, fra il fiume Lambro e il canale Redefossi. L’avanzata svizzera è disordinata. A fatica i comandanti riescono a mettere le truppe in formazione di battaglia. Il landamano di Zugo Werner Steiner getta una manciata di terra sulle teste dei soldati inginocchiati, e recita: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, dimenticate la vostra patria. Se non saremo vittoriosi, questo sarà il nostro cimitero!”.

L’avanguardia è comandata dal landamano di Zugo; il quadrato centrale dal borgomastro di Zurigo Marx Roist, comandante in capo. “Dopo la preghiera ci siamo alzati e in ordine siamo andati incontro al nemico. I cannoni francesi hanno aperto il fuoco assieme agli archibugi e a tutte le armi. Sembrava che si fosse aperto il cielo e la terra dovesse crollare per il fuoco nemico. Il re aveva seimila archibugi, i confederati mille. Ci siamo lanciati contro le artiglierie avversarie, attraversando a fatica i fossi dietro i quali si erano trincerati”, scrive il cronista Werner Schodeler, cancelliere del comune di Bremgarten.

Gli svizzeri si sono trovati subito in difficoltà a causa dell’intenso fuoco d’artiglieria francese. Nonostante le perdite i confederati sono riusciti a raggiungere le linee avversarie, mettendo in difficoltà i corpi di battaglia di Francesco I. Ma il campo di battaglia non è stato favorevole agli svizzeri. Il Lambro da una parte e il canale Redefossi dall’altra hanno intralciano le manovre aggiranti con cui gli svizzeri hanno spesso vinto le loro battaglie. Le perdite sono pesanti.

Il secondo giorno di battaglia inaspettatamente è entrata in campo la cavalleria veneziana, comandata dal mercenario italiano Bartolomeo d’Alviano. I suoi cavalieri sono stradioti, mercenari albanesi. Nella confusione gli svizzeri hanno pensato di aver di fronte tutto l’esercito veneziano. Sorpresi, stanchi, decimati, i confederati non hanno reggono l’urto.

“Dovettero allora ritirarsi avendo subito grandi perdite, perdendo anche qualche bandiera, ma non molte. Ne conquistarono anche alcune, assieme a quattro cannoni, che portarono a Milano con loro. Da entrambe le parti sono stati abbattuti quattordicimila uomini, colpiti dalle armi da fuoco o da taglio. La metà erano svizzeri. Quelli che non erano riusciti a unirsi al grosso della truppa vennero uccisi o derubati dai Lombardi con i forconi. Una squadra di 300 che aveva cercato rifugio accanto a noi in un convento è stata circondata e bruciata viva dai Lanzichenecchi,” riferisce il cancelliere di Bremgarten.

Per evitare una disfatta i comandanti hanno deciso di ritirarsi ordinatamente verso Milano. I sopravvissuti hanno formano un quadrato, raccogliendo nel mezzo i feriti, le bandiere e i cannoni conquistati al nemico. I fianchi sono protetti dagli uomini migliori. Lentamente, solennemente, il quadrato si è ritirato verso Milano.

“La battaglia è stata lunga. Abbiamo combattuto dalle tre del pomeriggio di ieri fino alle due del pomeriggio di oggi, senza sapere se avessimo vinto o perso, senza smettere di combattere e di sparare. Ho visto i lanzichenecchi e i gendarmi tener testa alle picche degli svizzeri. Abbiamo dovuto fare trenta cariche prima di vincere la battaglia. Sono sicuro che da duemila anni non si è più vista una battaglia così fiera e così crudele”, si legge nella lettera di Francesco I a sua madre.

La sconfitta di Marignano evidenzia che l’apogeo del mercenariato svizzero è ormai stato superato. L’irruenza dell’attacco si era frantumato contro un impiego, forse per la prima volta coordinato, di artiglieria e fanteria. Le misure prese dai francesi, che hanno fortificato a loro favore il campo di battaglia, hanno ulteriormente intralciato la manovra svizzera.

Sul destino delle terre ticinesi l’unità della Confederazione viene messa a dura prova. I cantoni occidentali, con alla testa Berna, insistono per concludere un accordo con la Francia anche a costo di perdere il controllo sui castelli ticinesi. Uri, Svitto, Zurigo, Basilea e Sciaffusa sono invece contrari a cedere alle pretese francesi.

MA

 

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