L’Italia in piena recessione
Il prodotto interno lordo italiano è diminuito anche nel terzo trimestre. Il calo è del 0,2% rispetto al trimestre precedente e del 2,4% nei confronti del terzo trimestre del 2011. Secondo i dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) si tratta del quinto trimestre consecutivo in cui si registra un calo congiunturale della crescita.
È crollata soprattutto la domanda nazionale. Rispetto al trimestre precedente, i principali aggregati della domanda interna sono diminuiti in maniera significativa – rileva l’Istat -, con cali dello 0,8% dei consumi finali nazionali e dell’1,4% degli investimenti fissi lordi. Le importazioni sono diminuite dell’1,4%, mentre le esportazioni sono aumentate dello 0,5%. Mentre la domanda nazionale, al netto delle scorte, ha sottratto 0,9 punti percentuali alla crescita del Pil: -0,6 punti i consumi delle famiglie, -0,1 la spesa della Pubblica Amministrazione e -0,2 gli investimenti fissi lordi.
Nei primi 10 mesi dell’anno la produzione industriale è calata è del 6,5% rispetto all’anno scorso. ”Gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a ottobre 2012, variazioni tendenziali negative in tutti i raggruppamenti principali di industrie. La diminuzione piuù marcata riguarda i beni intermedi (-8,0%), ma cali significativi si registrano anche per i beni strumentali (-5,8%), i beni di consumo (-5,5%) e l’energia (-4,4%). La produzione di auto ha conosciuto un vero e proprio crollo: -26,8%.
La variazione delle scorte e la domanda estera netta, invece, hanno contribuito positivamente alla variazione del Pil (rispettivamente 0,2 e 0,6 punti percentuali). Nel terzo trimestre cresce solo il valore aggiunto dell’industria, conclude l’Istat. Il valore aggiunto ha segnato, invece, variazioni congiunturali negative nell’agricoltura (-6,7%), nelle costruzioni (-1,4%) e nel settore che raggruppa le attività del commercio, alberghi e pubblici esercizi, trasporti e comunicazioni (-0,5%), mentre ha registrato un incremento nell’industria (+0,2%; +0,7% per l’industria in senso stretto).
La variazione è risultata, infine, nulla per il settore del credito, assicurazioni, attività immobiliari e servizi professionali e per il comparto degli altri servizi. In termini tendenziali si registrano invece solo segni meno: il valore aggiunto delle costruzioni è diminuito del 6,7%, quello dell’agricoltura del 5,1%, quello dell’industria in senso stretto del 3,9% e quello dei servizi dell’1,3%.
Un terzo degli italiani a rischio povertà
Nel 2011, il 28,4% delle persone residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale. Rispetto al 2010 l’indicatore cresce di 2,6 punti percentuali a causa dall’aumento della quota di persone a rischio di povertà (dal 18,2% al 19,6%) e di quelle che soffrono di severa deprivazione (dal 6,9% all’11,1%). Dopo l’aumento osservato tra il 2009 e il 2010, sostanzialmente stabile (10,5%) è la quota di persone che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro.
Il rischio di povertà o esclusione sociale è più elevato rispetto a quello medio europeo (24,2%), soprattutto per la componente della severa deprivazione (11,1% contro una media dell’8,8%) e del rischio di povertà (19,6% contro 16,9%). Aumentano, rispetto al 2010, gli individui che vivono in famiglie che dichiarano di non potersi permettere, nell’anno, una settimana di ferie lontano da casa (dal 39,8% al 46,6%), che non hanno potuto riscaldare adeguatamente l’abitazione (dall’11,2% al 17,9%), che non riescono a sostenere spese impreviste di 800 euro (dal 33,3% al 38,5%) o che, se volessero, non potrebbero permettersi un pasto proteico adeguato ogni due giorni (dal 6,7% al 12,3%).
Il 19,4% delle persone residenti nel Mezzogiorno è gravemente deprivato, valore più che doppio rispetto al Centro (7,5%) e triplo rispetto al Nord (6,4%). Nel Sud l’8,5% delle persone senza alcun sintomo di deprivazione nel 2010 diventa gravemente deprivato nel 2011, contro appena l’1,7% nel Nord e il 3% nel Centro.
Red./Comunicato
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