Insubria: è necessario imparare a stare assieme
“Dalla Ramina alla Rete”, cercando di tranciare il filo spinato che qualcuno vorrebbe mettere al confine fra Italia e Canton Ticino. Ha un titolo quantomeno originale il saggio edito dall’Ufficio di statistica (Ustat) di Bellinzona lo scorso dicembre e scritto da Fabio Losa, Furio Bednarz e Gioacchino Garofoli, che ha trattato lo sviluppo economico dell’Insubria.
Ieri sera il testo si è trasformato in un dibattito promosso dai Gruppi di lavoro insubrico dei Rotary club e dei Rotaract e svolto all’Hotel Coronado di Mendrisio. Moderato dal giornalista Antonio Franzi, l’incontro si è concentrato sulle potenzialità e gli ostacoli per il futuro economico-sociale della frontiera. Già, la frontiere: “Ma non dovevano sparire?”, ha esordito il professor Remigio Ratti, riferendosi alla storia recente fra Italia e Svizzera in cui, sul confine, si è alzata una sorta di cortina di ferro.
Altro che Regio insubrica: da ciò che è emerso durante il forum, alla presenza di circa un centinaio di persone, l’ente assomiglia sempre più all’Unione europea: “E’ un’area composta da due territori integrati economicamente – ha detto il sociologo Lelio Demichelis – ma senza una società in comune. Si basa sull’azione, ma manca l’interazione. Non sappiamo stare insieme”. E invece bisognerebbe aprirsi, per trarne entrambi dei vantaggi: “Non siamo più a vent’anni fa – ha sottolineato Eric Stephani , collaboratore scientifico presso l’Ustat – quando la finanza e le costruzioni ticinesi volavano e i distretti lombardi macinavano Pil. Ora la situazione è molto diversificata: per competere bisogna cooperare”.
Anche perché il potenziale economico è ancora impressionante e pari a 60-70 miliardi di fatturato l’anno: roba che Paesi come Slovenia, Estonia e Lettonia si sognano: “Le imprese – ha dichiarato Gioacchino Garofoli , professore di economia all’Università degli studi dell’Insubria – devono essere le protagoniste di questa rinnovata collaborazione: sono state le aziende di questo ventennio a dimostrare che è possibile mantenere l’industria anche laddove i salari sono alti. Ma è necessario investire su innovazione e ricerca e non puntare soltanto a contenere i costi”.
Una visione di Insubria dal basso condivisa da Siegfried Alberton, professore della Supsi: “Il peccato originale della Regio Insubrica – ha spiegato – è di essere nata più per decreto che per una spinta della società civile. Quindi da una parte si sono sviluppati più gli opportunismi che le opportunità, dall’altra la società ticinese si è rivelata poco pronta ad affrontare i grandi flussi del frontalierato che oggi, rispetto a 30 anni fa, è più ingente e tocca molti più settori”.
Nicola Antonello
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