Bossi: il capo che non è più capo
Umberto Bossi si è dimesso da segretario della Lega Nord. Il Capo non è più il capo. E’ la fine di un’epoca. Precisamente un Ventennio in cui il leader del Carroccio è stato il politico più potente d’Italia, forse superato soltanto da Silvio Berlusconi. Un’avventura iniziata dai circoli di Capolago, alla periferia di Varese e finita ai massimi vertici delle istituzioni italiane, in un’ascesa senza precedenti: senatore ed europarlamentare con preferenze da record, ministro.
Bossi è soprattutto stato il carismatico trascinatore dei mali di pancia del popolo del Nord: stufo di pagare le tasse a “Roma ladrona” e quindi portavoce della rivoluzione secessionista poi trasformata nel federalismo. Risultati? Meno di quelli che ci si sarebbe aspettati in vent’anni ma, se un giorno l’Italia seguirà il disegno federalista, non si potrà non riconoscere i meriti al Senatùr. Decisamente peggio è andata con altri slogan: dal celodurismo agli insulti alla bandiera italiana, ai meridionali “terùn” e agli immigrati, i “bingo bongo”.
L’avventura politica di Bossi ha il suo spartiacque l’11 marzo 2004 quando venne colpito da un ictus cerebrale che gli costò quasi la vita e segnò l’inizio del declino fino a questo finale, indegno. Fino alle dimissioni causate dall’inchiesta delle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria che denunciano come parte dei soldi (molti dei quali pubblici) del Carroccio sarebbero stati utilizzati dalla sua famiglia. Tutti episodi smentiti dai Bossi e certamente da verificare.
Di certo negli ultimi anni la sua leadership è lentamente crollata, parallelamente con la tendenza ad essere avvicinato da persone poco amate da una buona fetta di militanti del partito che li hanno presto ribattezzati come il “cerchio magico”: Rosi Mauro, Marco Reguzzoni, Roberto Calderoli, l’ex tesoriere Francesco Belsito e, ovviamente, il figlio Renzo, il Trota. A Bossi padre va dato atto che il gesto di rimettere il mandato di segretario è inedito nel panorama italiano dove i politici tendono ad aggrapparsi alla cadrega. Sempre (o quasi) e comunque.
Il malcontento esplose al congresso di Varese dell’autunno scorso, dove Bossi e i suoi imposero il proprio candidato, Maurilio Canton. Una decisione che causò il primo, fortissimo dissenso nei confronti del Capo. A casa sua. Nella sua Varese. Per farlo “cadere”, però, ci è voluta ancora una volta la magistratura. La stessa che aiutò il boom del 1992 quando gli altri partiti vennero azzerati dall’inchiesta di Tangentopoli.
Ora il cerchio (magico) si chiude. In tutti i sensi. Che succederà? Non vi è dubbio o quasi che il partito andrà nelle mani di Roberto Maroni, l’erede designato da tempo da gran parte della base militante affiancato dagli amministratori più amati del movimento: Luca Zaia, governatore del Veneto, Flavio Tosi e Attilio Fontana, sindaci di Verona e di Varese. Nel futuro prossimo bisognerà parare il colpo alle prossime elezioni quando la bufera giudiziaria odierna intaccherà quasi sicuramente il volubile elettorato leghista. E poi? Maroni è sempre stato più a sinistra che a destra. E quindi, ora che l’asse Bossi-Berlusconi ha perso un pezzo, tutto è possibile. Ma, intanto, bisognerà raccogliere i cocci. E un’eredità pesantissima.
Nicola Antonello
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