Umberto Bossi si ricandida a “capo” della Lega Nord
Umberto Bossi ha sciolto le riserve e si candida alla segreteria della Lega Nord al prossimo Congresso federale del Movimento, in programma in dicembre. Il documento, necessario per la raccolta di firme a sostegno della candidatura, è stato presentato da Bossi ieri pomeriggio (domenica 10 novembre) . Bossi aveva più volte parlato nelle scorse settimane della possibilità di candidarsi alla segreteria della Lega al posto del segretario uscente, Roberto Maroni.
La settimana scorsa lo stesso Maroni, rispondendo ad una domanda sulla possibile candidatura di Bossi aveva affermato “Si candida? Sono contento, chiunque può partecipare. Questa volta non ci saranno giochi o giochini, il segretario sarà eletto dalla base”. Per poi aggiungere “Vuol dire che Bossi tiene alla Lega”. Dichiarazioni a prima vista accomodanti che non dissipano affatto le tensioni accumulatesi nel movimento, che Bossi – pur avendo dovuto compiere un passo indietro per le note vicende dell’utilizzo disinvolto dei fondi del partito da parte di membri della famiglia e di personaggi a lui vicini – ha continuato a considerare una sua creatura, le cui sorti devono restare indissolubilmente legate alla sua persona.
La “luna di miele” con Maroni, eterno delfino già una volta allontanato dal partito e poi “perdonato”, è in effetti durata pochissimo. Le polemiche sulle espulsioni decise dal segretario (in pratica, buona parte dell’ex “cerchio magico”) e sconfessate dal Senatùr hanno allargato ulteriormente il fossato fra il padre fondatore e l’avvocato di Lozza, al quale Bossi ha più volte rimproverato di voler occupare troppi spazi, invitandolo – anche rudemente – a scegliere fra segreteria del partito e presidenza della Regione Lombardia.
Una diatriba che ha coinvolto anche le “seconde linee”: gli ex bossiani di ferro del disciolto “cerchio magico” da una parte, i fedelissimi di Maroni dall’altra. Nel mirino di Bossi è finito più volte anche Flavio Tosi, votatissimo sindaco di Verona, maroniano, da sempre guardato con sospetto dal Senatùr in quanto troppo “autonomo” ed eccessivamente incline, agli occhi dello stesso, a personalismi, “peccato” grave in un partito che s’è sempre identificato nel fondatore.
Nicola Antonello
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