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Gheddafi: la polizia svizzera non ha violato diritto

28 dicembre 2008 – 22:21Nessun Commento

Nella vertenza tra Svizzera e Libia nata dall’arresto, quest’estate a Ginevra, di Hannibal Gheddafi e sua moglie, Berna replica alle accuse di Tripoli sostenendo di non aver violato il diritto internazionale. Per la prima volta ammette però che la polizia ginevrina avrebbe potuto agire in maniera più delicata.In una nota diffusa giovedì dal ministero degli affari esteri libico, Tripoli afferma che un’inchiesta condotta da un comitato ad hoc indipendente istituito per trovare una soluzione alla crisi tra i due paesi giunge alla conclusione che l’arresto della coppia è stato “illegale”. “I fatti sono ormai chiari e mostrano un abuso di potere e una violazione delle procedure legali da parte della polizia di Ginevra”, scrive il ministero. La Libia minaccia sanzioni più severe se Berna non riconoscerà i risultati delle indagini.

Stando a quanto indicato negli scorsi giorni al quotidiano romando “Le Temps” dall’avvocato ginevrino Charles Poncet, che difende gli interessi del governo libico, Tripoli ritiene che durante l’arresto a Ginevra il figlio del colonnello e sua moglie “non hanno subito potuto contattare le autorità consolari e ciò è contrario alla Convenzione di Vienna” sui rapporti diplomatici.

Le autorità svizzere e ginevrine hanno applicato le disposizioni della Convenzione di Vienna conformemente alla prassi internazionale, ha dichiarato oggi all’ATS una portavoce del Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) confermando notizie pubblicate su diversi domenicali. Non è stato violato né il diritto nazionale, né quello internazionale.

Il DFAE riconosce tuttavia che la polizia ginevrina “avrebbe potuto fare attenzione ad applicare in maniera più rapida e sensibile gli usi internazionali”. I servizi di Micheline Calmy-Rey indicano anche di aver dato il luglio istruzioni alle autorità ginevrine perché “diano prova di un’attenzione adeguata, tenuto conto delle conseguenze politiche possibili di un arresto”.

Il figlio del leader libico Muammar Gheddafi e sua moglie Aline erano stati arrestati il 15 luglio a Ginevra in seguito alla denuncia per maltrattamenti sporta dai loro domestici. La querela era stata ritirata in settembre dopo il pagamento di un risarcimento, ma ciò non ha permesso di distendere la situazione sul piano diplomatico: Tripoli ha avviato una politica di rappresaglia nei confronti della Svizzera.

Da inizio settimana i toni sono stati ulteriormente inaspriti. Ultima misura di ritorsione: Swiss non ha più diritto a volare a Tripoli. L’ultimo collegamento settimanale che la compagnia aerea aveva potuto mantenere verso la capitale libica è stato soppresso domenica scorsa.

Intanto, uno dei due cittadini svizzeri bloccati in Libia da luglio in segno di rappresaglia indica di essere in buona salute e su di morale. In un’intervista pubblicata oggi dal domenicale romando “Matin Dimanche”, egli afferma di essere in contatto permanente con la famiglia e il datore di lavoro.

“Ho trascorso la sera del 24 (dicembre) con il console di Svizzera. Abbiamo mangiato raclette poi guardato programmi natalizi alla televisione. Il 25 dicembre l’ho passato in compagnia dei consoli di Austria, Germania e Svizzera e delle loro famiglie”, spiega l’uomo che lavorava per una società elvetica nel paese nordafricano e arrestato per una decina di giorni in luglio.

“Spero che venga presto trovata una soluzione alla crisi tra la Libia e la Svizzera”, prosegue. Egli spera di “essere nuovamente autorizzato a lasciare la Libia” e di “potersi recare in Svizzera dalla sua famiglia”. Lui e un altro connazionale impiegato da un’impresa elvetica non possono infatti ancora lasciare il territorio libico, sebbene possano muoversi liberamente all’interno del paese. Gli uffici delle due società sono chiusi dall’inizio della vertenza.

 

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