Le tracce germaniche nei cognomi italiani
È interessante vedere in quanto grande misura realtà latine e comunità longobarde si siano integrate e quanto più importa, pacificamente. Dante come noto è punto di riferimento per la nostra lingua. Ma anche lui recava un nome di famiglia Aldighieri che poi darà Alighieri. Si trattava di ala-, alad- «del tutto, completamente» (in tedesco “all” ) e di “gaira” lancia, un augurio che nella sostanza significava «che tu sia sempre prode, combattivo» del nome.
Si vede come i nomi pugnaci fossero piuttosto longobardi o alemanni, mentre nomi con insistenza sulla religione erano come Probus (probo, onesto, poi Probinus > Povino, ad es. a Como ed Agno), come Donatus, Fidelis, Amatus, Honestus.
È l’occasione per rispondere ad alcune domande poste da lettori. Gli Alemanni occuperanno la Svizzera (oggi tedesca), i Longobardi penetreranno attraverso il Friuli nel sec. VII e continueranno a penetrare nell’Italia (non solo settentrionale, anche se il loro nome rimarrà alla Longobardia >Lombardia).
I contatti tra mondi latini e realtà germaniche non iniziano solo con le migrazioni fisiche dei popoli. I rapporti con le popolazioni teutoniche (da teotisk= popolo) si innescano a partire già prima del III secolo. È a lungo una simbiosi pacifica tra popolazioni romane e etnie nordiche. Sono queste circostanze di natura collaborativa ad immettere ad es. termini come anca (dal cavallo, la qualifica passerà all’uomo), sapone, stoffa, usbergo, albergo. In genere nel nostro parlare si continuano termini longobardi (e, più tardi, anche franchi). Vedi tra l’altro bisogno, staffa, sterzo.
Dal nord venne anche una inedita sensibilità volta a disciplinare l’uomo nel suo sfruttare la natura: bosco, faura («bosco protetto», termine che vige tuttora in alcune comunità leventinesi ecc.), toscano cafaggio «bosco che non si può violare, zona cintata». È la base del ted. “Gehege”, zona cintata, cui nell’Italia settentrionale rispondono gaggio e nomi di luoghi quali Gaggio, Gaggina, Gaggiolo. Di qui i Gaggini , che saranno innovativi architetti dell’area luganese.
In testi notarili e in parlate tuttora in uso risultano nomi di luoghi da gualdus «bosco» del tipo di Gualdo Todino (evocato in Paradiso XI. 48), e, citando da una inchiesta nella Basilicata, Costa del Gaudo e Gautelle a Muro Lucano, il Gaudo a Rionero, Galdo a Balvano, Manca di Galdo eFosso del Galdo a Caldera. Dal gruppo di wald- venne pure la qualifica di “waldmann” , inteso il guardiano dei boschi, che ha innescato nomi di luoghi giunti sino a noi come Gaudemanno a Banzi, Valdemanna a Marsico Vetere, e come i nostri Magni (Varesini) e attivi ad esempio a Castel San Pietro, Chiasso.
Cospicuo, insomma, e per secoli, l’impatto germanico a livello onomastico: Alberto, Bertoni, Guidotti, Aldighieri > Alighieri Una contrazione di suoni si ha del resto pure nel nome di Dante, che derivava da Durante ossia «che tu sia una persona che tien duro, che tu sia efficiente, che tu sia una persona tenace», che tien duro nelle difficoltà del vivere (antico participio presente come Valente, san Defendente ecc.).
Dal germanico così spesso evocato in questa nota (dato che centinaia sono i nomi sin qui non sondati che vi si rifanno) vedi inoltre Alibrandi = «tutto fuoco e forza di combattimento», dal già citato ala e da branda che indicava il fuoco, l’incendio (cfr. ted. Brand, idem). Poi passò a significare «cosa che lancia luce, bagliore» e infine «spada, che era spesso arma che luccicava al sole». Da un richiamo germanico al coraggio ( conja, Kühn ), venne anche Conradus, poi Corrado, da cui Corradini ecc.; la -nr- si mantiene invece nel tedesco Konrad. Da questi ceppi si ebbero anche nomi come Alberio (che rispondono a un antico Alberico): ma esso richiede maggior spazio, sì che rinvia a una prossima tornata.
Aggiungi solo in breve che Angioni è un nome in origine sardo, anzi, si può specificare: campidanese. Era un’antica voce sarda che suona(va) angioni «agnello», dal latino agnus «agnello, giovane della pecora». Annovazzi (pavesi e poi luganesi) si rifanno invece «alla Novazza», cioè alla terra che (in passato) è appena stata arata, al terreno sterposo che è appena stato bonificato (esattamente quanto abbiamo a Novascian, oggi Novazzano).
Ottavio Lurati
(per gentile concessione di Azione, settimanale di Migros Ticino)
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