L’Insubria dei cognomi
Se in alcuni casi la provenienza e lo sviluppo di un cognome sono chiari al linguista, in altri casi egli si trova costretto ad andare per tentativi. Nel molto cemento che ci circonda, piace incontrare, oggi, famiglie che nel nome ricordano gli antichi sforzi dell’uomo che strappava un coltivo al disordine del terreno abbandonato. È il caso dei pavesi (poi milanesi e luganesi) Annovazzi: il significato originario diceva quasi «alla Novazza», alla «terra che era appena stata conquistata alla coltivazione e che dava grano e pane».
Altri terreni sterposi che erano appena stati bonificati ci sono richiamati dal malcantonese Novasg «Novaggio» e dal mendrisiotto Novascian , non solo da ieri (bensì almeno dal Duecento) scritto Novazzano. Identica la motivazione del Noale (letteralmente il «novale», «il coltivo appena rubato al bosco», da nöf, novus ), che ritrovi oggi tra ville e villette in territorio di Sorengo, ai piedi del nucleo centrale del paese.
Il nome Bertoli, assai diffuso sia nell’Italia settentrionale sia nella Svizzera italiana, si riconduce al periodo attorno all’anno mille d.C. Trasparente l’immagine di base. È l’aggettivo berth , dal germanico berath «hell, strahlend», ossia «chiaro, limpido, luminoso». Nella maggior parte dei nomi di persona che i longobardi assegnavano la fama era riservata alla prodezza in battaglia.
Confessiamolo, su molti nomi di famiglia che incontri giorno dopo giorno non sai dire nulla. Si tenta al più solo qualche pista, come per Conforto : il nome di famiglia si accerta non solo a Poggiridenti (Valtellina) e in paesi della Bassa Valtellina, da dove è giunto pure nella Svizzera italiana. Li si incontra piuttosto al plurale, quali Conforti , che oggi vivono in Brianza XE «Brianza» , a Legnano, a Milano. Bello il derivare dal nome personale Conforto che spesso si assegnava a un neonato che veniva a consolare, a confortare una famiglia che ne aveva appena perso uno. Si sa, i cognomi perdono spesso la testa ma mettono la coda: sono mozzati all’inizio, ma in compenso si allungano sul finale: Giovanni > Vanni > Vanossi (= un Giovanni grande e grosso); Jakobus > Giacobo > Jacobossi (un G. grande e grosso) > Bossi. Lo stesso è avvenuto nel caso dei Conforti. Da Conforti, passato a dare i Confortini, si giungeva ai Fortini . Che è un ceppo attestato ad esempio in val di Muggio. Dei Fortini passeranno a Lugano, Mendrisio e altrove.
I Correggio o Correggioli sono in sé, detto in nome forse troppo spiccio, coloro che discendevano da un capostipite che portava il nome di Coraggio, spesso dato in famiglie importanti, con tradizione prestigiosa. Di qui anche i Raggi , illustre famiglia di Vicomorcote che nel Quattrocento origina numerosi rogiti e documenti, menzionati tra l’altro nei diversi volumi di Ticino Ducale (TD). Da Coraggi si passava, nell’oralità, a Raggi, che è cognome assodabile, come ovvio, anche in altre comunità della Lombardia e del Piemonte.
Quanto ai Codiroli , siamo di fronte alla trasformazione fonetica del nome personale Coldirolus che in Lombardia durò a lungo, quanto meno dal Duecento. Il primo documento che abbiamo sott’occhio riguarda il 1269-1276. Nello stesso periodo si aveva anche il semplice Coldera «caldaia» e poi «calderaio». Vari i derivati, tra cui i nostri Codiroli che sono originari della Val Morobbia. Un parallelo quanto al motivo della designazione di mestiere è quello dei Parolini (da paiolo).
A chi chiede dei Coscia si può tra le figure di questa famiglia di Benevento segnalare la grande attività di Niccolò Cosca (1682-1755) che fu arcivescovo di Benevento ed ebbe un tale dinamismo per il bene anche materiale della gente da godere di grande prestigio. Doveva apprezzarlo nei suoi scritti anche il grande Antonio Ludovico Muratori (vedi ad esempio l’ed. del 1964, vol. 2, pag. 1162). Oggi (dal 1955) si hanno vari Coscia anche in Svizzera, sia a Uster (ZH) sia a Basilea (dal 1957) sia a Milano (dal 1957). Per il motivo della provenienza pugliese occorre in particolare rifarsi alla comunità di Motta Monte Corvino, in provincia di Foggia. Un ultimo accenno a cognomi che sono poco conosciuti tra Lombardi e Svizzeri italiani. Quello dei Cinési è nome che incuriosisce molti conoscenti. Esso rientra nella vasta gamma dei nomi di origine bergamasca che sono stati coniati con ricorso al suffisso – ese, -esi come Vabanesi, Milesi, Cortesi (= persona che fa lavori pesanti in una corte, in una fattoria). Nel caso specifico i Cinési si riconducono a un derivato da cin, voce dialettale locale che significava «pendio, terrazzamento in discesa».
Si torna a cognomi più noti con i Conza (a lungo, in dialetto, i loro vicini li dicevano i Conscia ). Siamo ricondotti a quella vasta epopea di cui sono protagonisti i magistri comacini (non da Como, ma da * makio , muratore, costruttore; cfr. ted. machen , fare, erigere). Erano provetti muratori espressi dalle comunità della Val d’Intelvi, di Campione, di Carona (cfr. Stucchi, Ceppi, Peduzzi ecc.). I Conscia erano scalpellini esperti, capaci di approntare pietre da costruzione ben acconciate (lat. comptius «adatto, acconciato, adeguato alle necessità cui è chiamato a rispondere»). Un capomastro Andrea Consa del luogo di Rovio è attivo nel 1724 quando i nobili della città di Asti si costruiscono vari palazzi dai toni aristocratici. Più tardi dei Conza radicati a Rovio investiranno nel caffè e lanceranno il Caffé Conza la Ticinese. Siamo negli Anni Quaranta e Cinquanta. Sì che siamo in parecchi, in Ticino, a ignorare la primitiva, originaria e originale attività edile. Ne resta una certa traccia in quel Padiglione Conza a Lugano. Del resto, a dire la costanza di certi nomi di artigiani, il lettore veda ancor oggi i Conci , come erano chiamate a Trento e dintorni le famiglie che esercitavano la stessa mansione. Sono tuttora ben presenti nella Trento di questi anni, dove, come è noto, le maestranze longobarde dei ma(gi)stri comacini e intelvesi furono molto attive e quanto mai feconde.
Ottavio Lurati
(per gentile concessione di Azione, settimanale di Migros Ticino)
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