Il futuro della Regio Insubrica: intervista con il presidente Dario Galli
Che impatto può avere la Regio Insubrica sulla realtà transfrontaliera? In che campi può agire? Cosa può veramente ottenere? Di questi interrogativi, e dei problemi che la Regio si trova ad affrontare, abbiamo parlato con Dario Galli, ingegnere del politecnico di Milano, già sindaco di Tradate, rappresentante in Parlamento della Lega Nord fino al 2008 prima alla Camera e poi al Senato. Da due anni Galli è presidente della Provincia di Varese e dallo scorso anno presidente di turno della Comunità di lavoro Regio Insubrica. In questa veste Dario Galli è il più alto esponente “istituzionale” dell’Insubria.
Estratto dell’intervista
Presidente Galli, cosa rappresenta per lei l’Insubria?
L’Insubria è una realtà in questo momento non definita dal punto di vista geopolitico, in quanto comprende Stati diversi, con addirittura uno Stato all’interno della Comunità europea, e uno Stato confederale all’esterno della Comunità europea, ma è una realtà che noi che abitiamo in queste zone conosciamo benissimo. Quando si passa dalla provincia di Varese al canton Ticino ci si accorge di essere in Svizzera – un pochino d’ordine in più lo si nota – ma dal punto di vista orografico, territoriale, dal punto di vista della disposizione dei paesi, dai simboli che si ritrovano, dal dialetto, che tolta la zeta un po’ più dura è lo stesso al di qua e al di là del confine, si capisce che c’è stato qualcosa nella storia che ha unito questi due territori.
In effetti, anche se da qualche secolo i destini si sono separati, non bisogna dimenticare che per moltissimo tempo questi territori facevano parte di un’unica entità politica, il Granducato di Milano. È un territorio molto omogeneo e molto bello dal punto di vista ambientale, perché le Alpi in alto, le Prealpi, la parte pianeggiante e i laghi sono veramente un insieme straordinario dal punto di vista paesaggistico, abitate da persone che da secoli mantengono sostanzialmente lo stesso modo di ragionare. Si tratta di una macro-regione sovranazionale che a mio parere in futuro dovrà in qualche modo ritrovare una sua identità anche dal punto di vista politico.
La Regio Insubrica è stata fondata pensando a questo passato, con l’obiettivo di facilitare la cooperazione transfrontaliera. Lei crede a questa prospettiva?
La vita è fatta di cose reali che bisogna fare, e anche di qualche sogno. Credo che chi, quindici anni fa, ha pensato di fare questa struttura sovranazionale abbia in qualche modo espresso la volontà di portare avanti questo sogno. Ci sono naturalmente grandi difficoltà, perché se dal versante svizzero c’è uno Stato federale, e quindi il Canton Ticino ha di fatto l’identità e l’autonomia istituzionale di uno Stato vero e proprio, da questa parte del confine abbiamo una realtà molto importante dal punto di vista socioeconomico (la provincia di Varese ha 900’000 abitanti e un PIL superiore a quello di numerose regioni italiane). Purtroppo però la realtà statale è di basso profilo, perché le competenze dirette delle Province si limitano ad alcune questioni sicuramente importanti, ma che, per esempio nel campo fiscale o di incentivazione delle aziende e così via, non possono essere decisive. In confronto al Canton Ticino c’è quindi una situazione molto inferiore dal punto di vista istituzionale.
Nonostante queste differenze, la Regio Insubrica aveva e mantiene tuttora il desiderio di stringere i rapporti fra questi territori al di là delle realtà statuali differenti, per portare avanti delle cose che sono fattibili già da oggi. Per cui per esempio, per quel che riguarda le competenze delle Province italiane, in campo ambientale, turistico, sportivo, culturale, di promozione del territorio, dell’industria agroalimentare, già oggi una serie di cose interessanti si possono fare e vengono fatte. In più potrebbe essere un tavolo informale, ma istituzionale al tempo stesso, di approfondimento di alcune questioni: il problema dei frontalieri, il fatto che c’è un confine, i problemi infrastrutturali per affrontare le quali non si può prescindere da quanto viene deciso dall’altra parte del confine. Quindi la Regio, fra le altre cose deve servire a questo confronto diretto fra amministrazioni confinanti, che può dare origine ad approfondimenti, a proposte di documenti e di soluzioni legislative da girare poi ai rispettivi Stati nazionali.
Quando si parla della Regio, si parla sempre della necessità di un rilancio… Che bilancio si può fare su quanto è stato raggiunto finora?
Le cose non sono mai facili. Quindici anni sembrano tanti, se si tratta dell’amministrazione di un comune o di un territorio. Ma noi siamo di fronte a un problemi complessi fra due territori molto vicini a livello personale, ma con secoli di storia in mezzo, e due questioni istituzionali molto diverse fra di loro. (…) Ripeto comunque che il peccato originale, per così dire, è la forte differenza di autonomia istituzionale che c’è fra il Cantone e le Province. Se noi in Italia fossimo già in uno Stato federale, se le Provincie di Como, Varese, Verbano Cusio Ossola e Lecco fossero come le Province di Trento e Bolzano, probabilmente già da anni avremmo fatto tante cose estremamente interessanti per i nostri territori.
Il Canton Ticino e la Svizzera sono stati confrontati alla vicenda dello “scudo fiscale” italiano, accompagnata da toni poco consoni a Stati che che mantengono relazioni amichevoli. In Ticino ci si aspettava forse una maggiore solidarietà dalle Province vicine…
Su questo tema penso di essere andato anche oltre le righe e anche oltre quello avrei dovuto fare, ma l’ho fatto perché personalmente lo pensavo. Pubblicamente, sia sui giornali italiani che sui media ticinesi ho rimarcato l’inopportunità di alcune dichiarazioni e i toni di alcune uscite. Credo di essermi espresso in maniera assolutamente chiara. Ho detto anche che certi toni hanno infastidito noi quanto i cittadini ticinesi, e rimarcato che certi provvedimenti, come per esempio il “fiscovelox”, davano forse più fastidio a noi che non agli svizzeri. A mio parere non è stata una dimostrazione di grande intelligenza istituzionale, perché non credo che il camorrista o il mafioso che porta i suoi capitali all’estero li porti a cinquemila euro alla volta passando tutte le mattine la frontiera assieme ai frontalieri. Ho cercato di far capire agli amici svizzeri che Roma è lontana da Lugano forse meno di quanto non sia lontana da Varese, e che i problemi con lo Stato centralista italiano li hanno sia gli svizzeri che gli italiani.
Lei ha auspicato un avvicendamento alla testa del segretariato generale della Regio Insubrica. Quali sono le motivazioni di questa sua posizione?
A mio parere si tratta di un problema marginale. Il segretario generale è una persona importante, ma sostanzialmente è un collaboratore della Regio. Non è né un politico né un amministratore eletto. L’attuale segretario è nella sua posizione ormai da anni, e abbiamo ritenuto che, come cambiano i presidenti, come cambiano gli amministratori e come cambiano gli eletti, è giusto che anche la struttura interna ogni tanto abbia qualche cambiamento, per mettere linfa nuova e nuove energie nella sua azione. La cosa, forse complice il momento un po’ particolare, è stata presa da qualcuno nel Cantone come una volontà di togliere potestà al Ticino all’interno della Regio. Io ho precisato che noi non avevamo alternative da proporre – cioè ne avremmo molte, ma non ci saremmo mai permessi… Negli statuti comunque non c’è scritto che il segretario debba essere un cittadino svizzero, ma se questo dà maggiori garanzie al Cantone, noi non abbiamo nessun problema ad eventualmente mettere negli statuti che il segretario deve essere ticinese.
In merito alla questione delle garanzie nei confronti del Cantone e dell’eccessiva presenza delle Province lombarde e piemontesi all’interno della Regio, ho precisato che essendo questa una associazione volontaria, la miglior garanzia per il Ticino è che, sul fronte italiano, noi vogliamo avere questo collegamento con un altro Stato, in particolare con uno Stato Confederale che è un modello a cui, particolarmente io e la forza politica a cui appartengo, aspiriamo anche per l’Italia. La migliore garanzia che non c’è prevaricazione nei confronti degli amici ticinesi è il fatto che si tratta di una associazione volontaria, e noi ci siamo perché vogliamo collaborare con la Svizzera. Nel momento in cui la Svizzera non ci fosse, o ci fosse una partecipazione non significativa, a noi per primi non interesserebbe più starci dentro. Ritengo che la questione abbia dato adito a una polemica esagerata, all’interno di un contesto comprensibile. Ma, ripeto, per me si tratta di una questione marginale.
Il Cantone Ticino ha avviato una procedura di verifica della sua adesione alla Regio. Come guarda a questo processo?
Ho imparato un po’ a conoscere gli amici ticinesi: so che, anche se poi sono molto decisi nell’azione, preferiscono essere, in maniera assolutamente comprensibile, molto sereni e tranquilli nelle decisioni, nel senso che non vogliono affrontare le cose in maniera affrettata. Ciò è anche dovuto a un sistema, che in Italia si fa un po’ fatica a capire, in cui in sostanza non c’è maggioranza e opposizione, ma c’è sempre la ricerca del massimo consenso fra le forze politiche elette.
È chiaro che così com’è la Regio oggi, oggettivamente, è poco produttiva. Quindi è assolutamente normale che le sue componenti, sia da parte svizzera che da parte italiana, facciano delle riflessioni. Peraltro le attività sono riprese e quindi ora il Cantone continua a partecipare, parallelamente a questa verifica. Spero che alla fine le riflessioni portino alla conclusione che il Cantone voglia rimanere nella Regio, perché – lo ripeto – se ci fosse addirittura una uscita o una riflessione profonda che togliesse significato alla partecipazione svizzera alla Regio, la Regio semplicemente si scioglierebbe, perché non avrebbe senso una partecipazione esclusivamente italiana a questa associazione.
Intervista raccolta da Michele Andreoli
Articoli correlati:
- Regio Insubrica: si parlerà della black list
- Edo Bobbià nuovo segretario generale della Regio Insubrica?
- Dario Galli vuole un pezzo di Svizzera
- Abolizione della Regio Insubrica: un segnale politico irrispettoso
- Intervista con Dario Galli, presidente della Regio Insubrica (VIDEO)











