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Tre domande a…

Claudio Generali, presidente dell’Associazione bancaria ticinese

19 febbraio 2013 – 09:02Nessun Commento

Claudio Generali, presidente dell'ABT

La necessità di affrontare i problemi creati dalla crisi finanziaria e di adeguarsi al nuovo constesto fiscale internazionale creano non pochi problemi alla piazza finanziaria svizzera e ticinese, costrette a riorientarsi in un mondo che sta rapidamente cambiando. Il calo dell’occupazione nel settore bancario,  che emerge dall’indagine congiunturale presentata dai banchieri ticinesi, rappresenta un sintomo importante. Per il  futuro del Ticino è particolarmente importante l’esito del negoziato fiscale in corso con l’Italia. Abbiamo posto in merito alcune domande al presidente dell’Associazione bancaria ticinese Claudio Generali.

Durante la campagna elettorale in Italia il negoziato fiscale con la Svizzera è stato menzionato in un modo o nell’altro da tutte le forze politiche. Quali sono le prospettive di questo accordo?

In Italia gli accordi fiscali con la Svizzera sono diventati oggetto della campagna politica per cui si è sentito un po’ di tutto, anche informazioni campate in aria, come la corsa alle cassette di sicurezza degli alberghi, cosa inventata di sana pianta. Era evidente che il governo Monti non sarebbe stato in grado di concludere in tempo, e che quindi tutto era rinviato a nuovo governo. Il nuovo governo per ora è un punto interrogativo. Constato però che a livello politico nessuno si è dimostrato completamente contrario al raggiungimento di un risultato. Noi siamo abbastanza informati: ancora recentemente abbiamo avuto incontro la testa della delegazione impegnata nel negoziato. A livello tecnico si stanno risolvendo tutti i problemi. Il nuovo governo potrebbe quindi essere confrontato con un piano chiaro, su cui dovrà solo dire di sì o di no. Io ritengo che per la Svizzera il risultato sarà buono se si arriverà ad un accordo.

Molti temono l’impatto degli accordi fiscali sulla piazza finanziaria ticinese. Come valuta la situazione?

È evidente che nella misura in cui vi sarà un’imposta nella forma di una multa iniziale da pagare subito a carico dei clienti, vi sarà una diminuzione immediata della massa amministrata. Siccome questa multa non sarà inferiore al 10%, ma potrebbe anche arrivare al 15% – per ora non se ne è ancora discusso – nello spazio di una notte questa somma se ne va. Ma va detta chiaramente una cosa: per noi la cosa importante è ottenere un ragionevole accesso al mercato italiano. Io sono certo che la reputazione del sistema bancario svizzero, la sua solidità, saranno un richiamo per capitali dichiarati, “tax compliant”. Se si ottenesse questo risultato, come si è ottenuto con la Germania, io penso che a medio termine si possa essere ottimisti.

Io capisco le preoccupazioni dei dipendenti, preoccupazioni alimentate anche politicamente da chi ci ha soffiato su. Io le capisco, perché non abbiamo nessuna certezza. Ma si tratta di un passaggio obbligato. Presto o tardi ci si sarebbe dovuti arrivare, e forse sarebbe potuto avvenire anche prima. Bisogna anche considerare il cambio generazionale della clientela. Con gli scudi molti capitali sono stati dichiarati, più di quanto sarebbe avvenuto trent’anni fa. Vi è un cambiamento in atto e personalmente ritengo che un accordo sarebbe positivo per la piazza ticinese.

Dai dati che avete presentato sull’occupazione nel settore bancario risulta una situazione meno negativa di quanto si paventava…

La situazione è grave. Quando si fanno passi indietro si fanno passi indietro. Ma a giudicare dall’ansietà dei politici, dagli interventi che si sono sentiti, io sono rimasto positivamente impressionato dal fatto che la piazza abbia tenuto bene.

MA

 

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