Ristorni: è ora di togliere il blocco?
La decisione, adottata lo scorso mese di giugno dal Consiglio di Stato, di bloccare la metà del ristorno all’Italia sulle imposte dei frontalieri aveva sollevato le obiezioni dell’OCST. La misura appariva affrettata e non adeguatamente ponderata; esulava soprattutto da una concezione strategica dei rapporti del Ticino sia con la Confederazione, sia con le province confinanti e la Lombardia.
Quanto dibattuto e proposto dal Consiglio regionale della Lombardia, che si erge contro il mancato rispetto del relativo accordo tra la Svizzera e l’Italia, conferisce una accentuata attualità a questo tema. Rende in particolare indispensabile una rinnovata verifica della linea seguita dal governo cantonale.
Un vicolo cieco?
Occorre in particolare che il Consiglio di Stato abbia la capacità di sottrarsi alla sindrome del vicolo cieco. Il blocco dei ristorni non ha ancora sortito gli effetti auspicati (avvio del negoziato sul trattato fiscale con l’Italia, all’interno del quale si colloca l’accordo sui frontalieri; abolizione delle penalizzazioni che gravano sulle ditte svizzere). E’ perciò tangibile il rischio che il governo si senta nell’impossibilità di modificare la rotta per timore di perdere la faccia. Rimanere incollati alla linea iniziale, che viola un accordo internazionale sottoscritto dalla Svizzera, potrebbe tuttavia incanalare il Cantone verso uno sbocco ancora più controproducente.
Ticino anello di congiunzione?
Un primo aspetto da considerare è l’influsso della posizione del Ticino sui rapporti con la Confederazione. Il Consiglio federale non ha finora assunto posizioni di rigidità. Ha persino espresso una parziale comprensione per i motivi che hanno indotto il governo ticinese al blocco dei ristorni. E’ però inevitabile che, protraendosi nel tempo, la mancata applicazione di un accordo internazionale sia destinata ad accrescere il disagio di Berna. E’ evidente il pericolo di cadere in una delicata diversità di posizioni.
Viene anche progressivamente incrinato il ruolo che da più parti si è rivendicato per il Ticino: quello di essere riconosciuto come il raccordo primario con l’Italia, vedendosi riconosciuta una funzione di interesse nazionale. Nella vicenda dei ristorni il Ticino, lungi dall’operare in stretta sinergia con la Confederazione ed ambire ad esserne una pedina strategica nei rapporti con l’Italia, sta andando per la sua strada e sta piuttosto generando imbarazzo in chi guida la politica estera del Paese.
Quale strategia verso le zone confinanti?
L’atteggiamento del Consiglio di Stato lascia emergere crepe visibili anche guardando al versante italiano. Il blocco dei ristorni non solo ha messo in luce che si è tuttora privi di una strategia verso le zone confinanti ma sta gradatamente sgretolando l’appoggio che i Comuni di frontiera, destinatari dei ristorni, e la Lombardia, con la quale si intrattengono rapporti privilegiati, potrebbero fornire al Ticino. Queste relazioni si stanno incrinando anche perché il Ticino lancia segnali contradditori. Se alcuni incontri tra rappresentanti istituzionali hanno messo in risalto i motivi di collaborazione piuttosto che quelli di attrito, dal mondo dei partiti sono usciti anche messaggi particolarmente provocatori. Gli intendimenti di lotta sbandierati negli scorsi giorni hanno avuto l’effetto di fare sorgere, oltre confine, ipotesi di contromisure altrettanto conflittuali.
Uscire dall’impasse
Il gesto del governo cantonale ha portato alla luce un disagio effettivo sia verso Berna (la percentuale di ristorno è superiore a quella di altri Cantoni verso lo Stato confinante), sia verso Roma (accordo sui frontalieri da rivedere/penalizzazione ingiustificata delle ditte svizzere). Occorre tuttavia che questo gesto, se già il governo l’abbia ritenuto utile, abbia perlomeno una portata puntuale; sia cioè stato finalizzato ad evidenziare un problema, la cui discussione debba ora svilupparsi al di fuori di mezzi impropri di pressione che possono oltretutto irrigidire la controparte.
Appare perciò opportuno che il governo cantonale, d’intesa per le modalità con Berna, tolga il blocco dei ristorni. In questo ambito, non è forse completamente superato il tempo (anche se questa occasione sembra ormai essere stata sprecata) per contrattare con Berna una cessazione del blocco chiedendo una contropartita sui temi del frontalierato (compenso finanziario, misure di accompagnamento, reciprocità..). Una gestione più accorta della vicenda avrebbe dovuto indurre il Consiglio di Stato ad andare in questa direzione prima che si accentuassero le reazioni italiane al mancato rispetto dell’accordo sui ristorni. Verso Berna oggi si ritrova in una posizione di minore influenza e forza.
Darsi una strategia verso Berna e verso Sud
E’ soprattutto indispensabile che questa vicenda induca il governo cantonale a affinare i rapporti con la Confederazione e a delineare una più solida strategia di relazioni con le regioni limitrofe. Se verso Berna sono stati fatti passi significativi segnatamente attraverso la designazione e la valorizzazione di un apposito delegato, verso Sud emerge un ritardo di concezione e impostazione delle relazioni reciproche che va colmato. Lo sviluppo del nostro territorio non può essere perseguito senza considerare anche la sua interdipendenza con le zone confinanti. C’è da auspicare che la questione del blocco dei ristorni sfoci perlomeno nella consapevolezza di un necessario ripensamento delle relazioni esterne del nostro Cantone.
Meinrado Robbiani, Segretario cantonale OCST
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