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Al lavoro da cento anni per i dialetti della Svizzera italiana

18 marzo 2012 – 07:37Nessun Commento

Scorcio dello schedario dei termini dialettali (foto Roberto Pellegrini)

Il ciclopico Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana è frutto di un lavoro portato avanti con costanza secolare e inesauribile energia. Dopo cent’anni di lavori, i curatori si apprestano a pubblicare il fascicolo con il quale si giungerà nei dintorni della parola… crapa (‘testa’).

Verso il tramonto dell’Ottocento in Svizzera nacque un progetto nazionale atto ad istituire una forma di memoria storica delle parlate e delle culture locali. Vennero lanciatati quattro vocabolari dialettali, uno per ogni regione linguistica elvetica. Lo Schweizerisches Idiotikon e il Glossaire des patois de la Suisse romande partirono all’avventura già nel corso dell’Ottocento, mentre il Dicziunari rumantsch grischun e il Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana vennero fondati rispettivamente nel 1904 e nel 1907.

Alla guida del VSI c’era il bellinzonese Carlo Salvioni, all’epoca professore all’Università di Milano. Coadiuvato da Pier Enea Guarnerio dell’Università di Pavia e da Clemente Merlo dell’Università di Pisa, i tre cominciarono la raccolta dati. Con grande pazienza setacciarono a tappeto gli usi dialettali dei comuni compresi tra la Val d’Ossola e la Valtellina, con un’attenzione particolare per quelli ticinesi: tramite questionari scritti si chiedeva agli intervistati la traduzione in dialetto locale di innumerevoli parole italiane, nonché un loro eventuale utilizzo all’interno di locuzioni, proverbi, e modi di dire vernacolari. All’interpellato veniva ad esempio richiesta la trasposizione del termine “calzolaio” o dei nomi delle parti del corpo; oppure veniva chiamato a descrivere sulla scorta del dialetto fenomeni atmosferici o le parti di un mulino. Se poi era in possesso di buone attitudini artistiche, poteva corredare le proprie delucidazioni con disegni illustrativi. Tutte le risposte venivano riportate su apposite schede, colorate diversamente a seconda del comune in cui erano state diffuse.

Alcune schede riportanti termini e proverbi dialettali (foto Roberto Pellegrini)

I risultati… milionari

L’inchiesta si protrasse per una quindicina d’anni, e permise di raccogliere circa 2 milioni e mezzo di schede (tutte rigorosamente manoscritte), poi raccolte in 1350 scatole classificate secondo ordine alfabetico. In parallelo Salvioni and company produssero una serie di quaderni fonetici nei quali trascrissero la pronuncia delle varie parole. Per arricchire ulteriormente il serbatoio delle fonti, si fecero raccontare delle parabole o delle novelle in dialetto.

Il blocco dei lavori e la prima pubblicazione

Agli albori degli anni ‘20 c’era tutto il necessario per pensare ad una prima pubblicazione, ma il capostipite Salvioni proprio nel 1920 se ne dipartì nel mondo dei più; la grande depressione e le tensioni internazionali alle soglie della seconda Guerra mondiale rallentarono i lavori. Il povero Clemente Merlo, subentrato a Salvioni, si ritrovò a portare avanti l’impresa in solitaria, per di più in quel di Pisa, dove aveva trasferito tutto il materiale di studio. Nei complessi anni ‘30, Sganzini succedette a Merlo, e dopo il conflitto riportò in Ticino i dati raccolti e con nuova verve e manipoli di sudate carte approdò finalmente alla prima pubblicazione del 1952: si andava dalla a ad azür.

Fase di stabilizzazione e nuovi mezzi digitali

Il materiale da vagliare è talmente vasto che, come direbbe Dante Alighieri, “cede la memoria a tanto oltraggio”; il personale preposto al VSI è poco, e fino agli anni ‘90 si procede a rilento. Dopodiché l’avanzamento si stabilizza e si fa costante nel tempo, in parte giovato dall’entrata in scena di nuovi supporti elettronici che consentono di schedare e ricercare parole già archiviate in modo più celere. I primi volumi vengono passati allo scanner e digitalizzati, così che in futuro non si esclude la possibilità di mettere in rete il VSI.

Loris Trotti

(foto Roberto Pellegrini: particolare)


 

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