Picchiare i frontalieri per qualche voto in più
In vista delle elezioni cantonali in Ticino prendersela con i frontalieri è diventata la salsa buona per tutte le pietanze. Adesso ci si sono messi anche i Verdi a chiedere l’introduzione di quote minime di lavoratori residenti per arginare l’occupazione di pendolari provenienti dall’Italia.
Bisogna dire che i Verdi sono gli unici a poter fare questa rivendicazione in buona fede. Una riduzione del numero di frontalieri (ancora meglio sarebbe un divieto assoluto per i datori di lavoro ticinesi di assumere manodopera straniera) contribuirebbe infatti all’immediata realizzazione della maggior parte dei postulati dei Verdi: diminuirebbe l’inquinamento causato dal traffico, costringerebbe le imprese di costruzione a chiudere i cantieri ponendo fine alla cementificazione del paesaggio, ridurrebbe considerevolmente l’attività economica e permetterebbe finalmente ai ticinesi di tornare ad una vita semplice ma dignitosa, ritrovando gli antichi mestieri legati all’agricoltura e alla pastorizia. Il lavoro all’aperto contribuirebbe a migliorare la salute della popolazione, le spese per la salute diminuirebbero e i turisti ritroverebbero finalmente il Ticino dei tempi andati, così magistralmente descritto nei libri di Plinio Martini.
Quando invece è l’Unione democratica di centro a sparare contro i “ratt” di oltreconfine, qualche sospetto sulla sincerità delle rivendicazioni avanzate è giustificato. Lo stesso vale per la Lega dei ticinesi. A differenza dei Verdi, queste due formazioni politiche non si sono mai distinte per aver espresso delle riserve sulla crescita economica o sull’andamento dei profitti delle imprese. I loro strateghi sanno però anche che per guadagnare consensi alle elezioni bisogna cavalcare i luoghi comuni, senza troppo curarsi se siano realizzabili o no. Così si avanzano rivendicazioni ad effetto, speculando sul fatto che tanto non se ne farà nulla.
Obiettivamente, il mercato del lavoro indigeno, senza il ricorso ai frontalieri, non permetterebbe di sostenere una crescita economica come quella di cui il Ticino ha approfittato negli ultimi anni. Crescita e maggiore apertura agli scambi internazionali richiedono una maggiore competitività e confrontano il Ticino con una maggiore concorrenza. Il processo è irreversibile: l’economia svizzera, da sempre dipendente dal commercio internazionale, non rinuncerà alla crescita in nome dei tempi andati e del ridotto nazionale. E quindi il guscio protettivo della frontiera che proteggeva anche il Ticino dagli influssi esterni e dalla concorrenza è destinato ad assottigliarsi sempre più, generando un clima di incertezza, in cui per guadagnare consensi non c’è nulla di meglio che agitare lo spauracchio dello straniero.
A questo gioco delle parti contribuisce naturalmente anche la situazione politica italiana, dove c’è un governo occupato più che altro a escogitare espedienti per tenere fuori dai guai il presidente del Consiglio, mentre per tappare i buchi dei conti pubblici non trova niente di meglio che inventarsi liste nere e scudi fiscali di vario genere. Una mancanza di collaborazione e di affidabilità che giustifica le lamentele di chi parla di bilaterali a senso unico.
In mezzo ai due fuochi, guardati in cagnesco dalle due parti del confine, i frontalieri. Che continuano a farsi diverse ore di auto ogni giorno per andare a lavorare, fanno finta di non sentire i commenti sul loro conto, e alla fine del mese si consolano contando gli euro che ricevono in cambio dei franchi guadagnati lavorando per i padroni svizzeri che li hanno chiamati.
Mario Besani
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