Altro che Svizzera i veri paradisi fiscali sono negli “States”
Delaware, Wyoming e Nevada.Sono tre minuscoli stati americani in cui vige una fiscalità da sogno e dove si rifugiano le grandi fortune private e le grandi aziende americane. Jean Claude Junker, primo ministro lussemburghese, chiede che il G20 metta nella lista nera dei paradisi fiscali anche gli Stati Uniti. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel lo hanno ripetuto ancora una volta a poche ore dalla cena di apertura del G20 londinese: il vertice delle maggiori economie mondiali deve dare priorità alla finanza, scrivendo regole più severe anche sui paradisi fiscali. Si tratta di un obiettivo «non negoziabile», hanno scandito i due in una conferenza stampa congiunta. «Non vogliamo risultati che non abbiano impatto nella pratica», ha spiegato la cancelliera tedesca: «Adesso è il momento di rifondare l’architettura finanziaria, non possiamo permetterci di essere vaghi». Quanto al presidente francese, l’altro ieri, evocando la politica della “sedia vuota” di Charles De Gaulle, aveva minacciato di lasciare il suo posto al G20, se non fossero state adottate misure incisive; ieri, dalla capitale inglese, ha detto che «sarebbe una perdita di tempo andarsene dopo essere venuti fin qui», ma ha ribadito una volta di più la necessità di «moralizzare un sistema immorale». Le pressioni al Lussemburgo Ma se l’asse Parigi-Berlino mostra i muscoli, c’è qualcuno che lo attende al varco. Jean Claude Junker è il presidente dell’Eurogruppo, ma soprattutto è il primo ministro del Lussemburgo, nelle ultime settimane oggetto di forti pressioni per l’abolizione del segreto bancario: «Vorrei che quei coraggiosi in Europa, che hanno insistito per spingere tre Paesi membri (Belgio, Austria e appunto Lussemburgo, ndr.) ad abbandonare il segreto bancario, mostrassero il loro coraggio anche nei confronti degli Stati Uniti», aveva detto Juncker martedì scorso. Il riferimento ai paradisi fiscali è chiaro. Francia e Germania vorrebbero che il G20 redigesse una sorta di “lista nera” delle piazze finanziarie non collaborative. Ma la lista sarebbe poco credibile «se non ci saranno anche Delaware, Wyoming e Nevada, più le isole più remote degli Stati Uniti», ha notato Juncker. La lista nera Il compito degli europei non è facile, e non solo perché «la tradizione anglosassone è tradizionalmente più indulgente sui paradisi fiscali», come ha ricordato ieri Sarkozy. C’è di mezzo, infatti, un ostacolo più concreto e poco facilmente aggirabile: il Delaware. Un piccolo Stato (il secondo più piccolo degli Usa) a un’ora e mezzo di treno da New York, che la metà delle società americane quotate in Borsa ha eletto come sede legale. In totale, più di 800mila aziende: non male, per uno Stato che conta appena 865mila abitanti. In Delaware basta aprire un solo ufficio (direzione e attività possono essere dislocate altrove) e si gode di un regime fiscale da sogno: niente Iva, tasse sul reddito che non superano il 5,95%, imposte sugli utili d’impresa ferme all’8,7%. Non c’è nemmeno una legge sull’usura: una società di carte di credito con sede in Delaware può applicare il tasso d’interesse che vuole, ovunque nel mondo. Come è facile immaginare, gli interessi in gioco sono enormi. Qui hanno la loro sede società come McDonald’s e Coca Cola, Google e Walt Disney, General Motors e Bank of America. Ma non basta. Nella cittadina di Wilmington, infatti, ha la casa un certo Joe Biden: il Delaware, feudo democratico da oltre vent’anni, è il “collegio elettorale” del vicepresidente degli Stati Uniti d’America. Difficile immaginarselo in una lista nera. Da Libero news
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