Amauri:il bomber della Juve che viene dalla Svizzera
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I primi passi in Europa del bomber della Juve sono stati ticinesi: “Il Bellinzona è nel mio cuore”
Arrivò otto anni fa, restò pochi mesi, firmò un gol in cinque partite, diventò amico di Manuel Rivera, si ruppe un ginocchio e tornò da dove era partito: il Brasile. Allora Amauri Carvalho de Oliveira era un ragazzo smilzo, le gambe solcate da una ragnatela di cicatrici rimediate nei campi di fango e polvere di Carapicuiba, sobborgo a sud di San Paolo. Eppure se oggi gli chiedi dove comincia la sua storia, lui onesto risponde: “Da Bellinzona, è stato il mio trampolino di lancio nel calcio europeo. Senza il Bellinzona chissà se sarei arrivato alla Juventus”. E dunque se davvero il calcio è la metafora della vita, allora l’avventura di Amauri è il sogno realizzato di un ragazzino povero, figlio di un autista e di una casalinga. “All’inizio giocavo per divertirmi. Tifavo San Paolo e non pensavo a diventare professionista”. Poi, complice il destino, si infortuna un attaccante del Santa Caterina, serie B brasiliana, ed ecco Amauri – arrivato quasi per gioco a stagione iniziata – segnare 8 gol in 14 partite e staccare il biglietto per l’Italia, destinazione Viareggio (dove si svolgeva il classico torneo giovanile). “Doveva essere una gita invece da lì è cominciata davvero la mia carriera”. Lo nota il manager napoletano Mariano Grimaldi e diventa il suo procuratore, oltre che grande amico: “Lo vidi all’esordio contro l’Empoli, il Santa Caterina non toccò palla sino al 70’, lui si stufò: prese il pallone, scartò tre avversari e fece gol. Mi sembrò di vedere Aristoteles, il fuoriclasse della Longobarda allenata da Oronzo Canà (Lino Banfi). Pensai: questo diventerà un campione”, ha raccontato Grimaldi. Il tempo di rifare le valigie, e via nuovamente lontano dal Brasile. Ma non in Italia, bensì in Ticino, al Bellinzona in prestito con diritto di riscatto. “Ho dovuto fare i conti quasi subito con un fastidio al ginocchio e ho sofferto un po’ di saudade – racconta il bomber della Juventus -. Mi mancavano i miei, avevo nostalgia di casa. Poi mi sono ambientato e ho cominciato ad allenarmi con costanza e professionalità. Devo molto anche alla società che mi ha offerto la possibilità di mettermi in mostra e dimostrare le mie capacità. E ringrazio ancora i tifosi del Bellinzona che nei miei confronti hanno avuto sempre un grande affetto. Magari avrei potuto segnare di più ma è andata così”. Il ricordo, dunque, è rimasto intatto. Ed è il ricordo di un ragazzo timido, arrivato al futbol professionista tardi (in Brasile si va in nazionale a 16 anni, lui non c’è ancora arrivato), quando ormai aveva compiuto vent’anni. E se Amauri (“che è il mio nome e non il mio cognome”) conserva un rimpianto, beh, lo condivide con il suo allenatore di allora, Gianni Dellacasa: “A fine stagione dissi al proprietario, Gian Marco Calleri di riscattarlo. E lui mi rispose che costava troppo. Avevo notato che era forte, aveva tutti i numeri per diventare un campione”. Forse era destino, perché il suo manager Mariano Grimaldi non gli fece neanche disfare i bagagli e lo portò in prova al Napoli. Ma al San Paolo arrivò nel gennaio 2001 dopo essere stato acquistato dal Parma e giocò al fianco del suo idolo: Edmundo, ‘o animal. La consacrazione (dopo una parentesi in Piacenza, Empoli e Messina) arriva nel Chievo dei miracoli (stagione 2005-2006) con 11 reti e la qualificazione al turno preliminare di Champions. Poi il Palermo, sino a raggiungere la Juventus. Oggi Amauri è il simbolo – con Alex Del Piero – della Juve dell’allenatore-gentiluomo Claudio Ranieri. Ma è rimasto il ragazzo semplice, tutto casa e famiglia (la moglie Cinthya, i figli Cindy e Hugo). In Brasile finanzia un orfanatrofio (Lar do Menor) al quale destina una parte del suo ingaggio. Perché i campioni puliti, quelli che hanno sofferto, che col calcio hanno dribblato la miseria, non dimenticano mai da dove sono venuti. E neppure dove hanno cominciato: “Peccato, il Bellinzona m’è rimasto nel cuore”. |
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