Le officine: a Bellinzona uniti si vince
12 ottobre 2008 – 09:35Nessun Commento
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Gli operai addetti alla manutenzione dei treni merci svizzeri si ribellano ai tagli decisi dai vertici dell’azienda e grazie a uno sciopero senza precedenti la spuntano. Cronaca di una lotta vinta anche con il consenso dei cittadini, un film intitolato «Giù le mani» e un’arma segreta: la solidarietà.
PATRIZIA CORTELLESSA
Uno sciopero così la Svizzera non se lo ricordava dal 1918. Determinazione, partecipazione. Solidarietà. Per raccontare quel che è successo a Bellinzona dal 7 marzo al 9 aprile scorso, durante i 33 giorni di sciopero delle officine di manutenzione delle Ffs-Cargo (la divisione merci delle Ferrovie svizzere), non si può prescindere dal significato di queste parole. A dimostrazione che quando le intelligenze dei lavoratori si uniscono e ognuno diventa protagonista si può anche vincere. Una protesta che inizia alle Officine, gira per le strade della città raccogliendo consensi e inviti alla resistenza e poi torna in fabbrica. Sarà la solidarietà l’arma più importante in mano agli operai.
Con i lavoratori delle officine Bellinzona, che hanno avuto il coraggio di ribellarsi» all’arroganza dei vertici delle Ferrovie, si è identificata un’intera comunità. «La gente ne ha piene le scatole, perché inizia ad esserci sempre più incertezza sul futuro lavorativo, con le privatizzazioni e la precarietà che si espandono a macchia d’olio». Il vento liberista colpisce anche la Svizzera. Tra il 1991 e il 2004 tra Ffs, poste e Swisscom (n° 1 sul mercato delle telecomunicazioni) sono stati cancellati in Ticino 2000 posti di lavoro, nel 2007 le Ffs ne hanno tagliati altri 70.
Ma torniamo allo sciopero, una forma di lotta non prevista dal contratto collettivo (la Costituzione invece lo prevede). Quando gli operai si guardano intorno e scoprono che la loro battaglia è diventata di tutti, cresce la lotta contro il piano di ristrutturazione voluto da Andreas Meyer, direttore generale dell’esecutivo delle Ferrovie federali, che avrebbe comportato lo smembramento delle Officine: la manutenzione delle locomotive trasferita a Yverdone e quella dei vagoni merci lasciata a una struttura messa in piedi con l’aiuto di alcune ditte private. «No alla privatizzazione, no ai licenziamenti» (401 in totale, di cui 126 in Ticino). E se «lo sciopero è illegale e viola le norme del Contratto collettivo di lavoro in vigore negoziato con i partner sociali», come scrivevano in quei giorni i vertici delle Ferrovie ai lavoratori, minacciando richiami e licenziamenti a raffica, «ben venga l’illegalità», appoggiata e finanziata da tutto il Canton Ticino, polizia compresa. Alla fine, i vertici delle Ferrovie sono dovuti arrivare a una mediazione. E i lavoratori hanno vinto. Il piano è stato ritirato dalle Ffs, almeno fino al 2012. Ma la vertenza è tutt’altro che conclusa. Bisognerà studiare nuove strategie di rilancio a breve e medio termine per le officine di Bellinzona. Cosa è successo in quei giorni L’occasione per ascoltare da alcuni dei protagonisti – Gianni Frizzo, Matteo Pronzini, Sandro Murgia – cosa è successo in quei giorni, è data dalla visione in anteprima del film: Giù le mani, girato dal regista Danilo Catti durante quelle giornate e presentato fuori concorso al Festival di Locarno. Gianni Frizzo è l’uomo-simbolo di questa battaglia. La sua immagine è finita stampata sulle t-shirt, ma la si può trovare appesa anche ai muri di alcune case della cittadina svizzera. Gli operai delle Ffs Cargo di Bellinzona lo hanno candidato agli Swiss Award 2008, cioè al titolo di «Svizzero dell’anno». Inevitabile qualche battuta. Lui ride, con quegli occhi sinceri che ti conquistano. Capisci subito le persone, la loro coerenza e la loro umanità hanno dato più forza e incisività alla lotta. Ogni famiglia in Ticino ha un parente che ha lavorato o lavora alle Officine, e quei lavoratori svolgono ruoli sociali importanti fuori le mura della fabbrica: pompieri, samaritani, ruoli nelle amministrazioni locali e in politica. E vedi i loro occhi che brillano, quando Gianni, Matteo e Sandro raccontano delle centinaia di persone che riempivano la pittureria (il reparto verniciatura dei treni, roccaforte della protesta) durante i giorni di occupazione, delle mille e mille attestazioni di solidarietà, di come abbiano visto crescere la lotta unitamente alla consapevolezza dei lavoratori, dei 500 pasti al giorno preparati a mezzogiorno, delle visite guidate, delle donazioni di sangue, delle merende al pomeriggio con i bambini, che hanno anche suggerito il titolo dello striscione di apertura del corteo del 19 marzo a Berna – «Giù le mani dal mio papà» – o della forza delle donne «senza le quali non ce l’avremmo mai fatta». Le mogli e compagne dei lavoratori hanno messo in piedi durante quelle giornate un progetto teatrale, che hanno chiamato Laboratorio Officine Donna. Nonostante la ripresa della normale attività lavorativa, una volta a settimana le porte delle Officine di Bellinzona si spalancano per ospitare il teatro delle donne. Cronologia di una lotta Un passo indietro. Del piano di ristrutturazione all’inizio trapelano solo indiscrezioni. Ma tanto basta. Prima di quel 7 marzo, giorno in cui i lavoratori votano all’unanimità l’inizio dello sciopero bloccando i binari e cacciando il direttore delle Ffs Cargo, Nicolas Perrin, al grido «Giù le mani dall’officina», c’erano stati già diversi cortei e presidi, sia a Bellinzona che a Berna. Molti altri ce ne saranno durante lo sciopero. Il 29 febbraio 2008 il 95% dei lavoratori delle Officine aveva anche votato sì alla possibilità di convocare assemblee il venerdì durante l’orario di lavoro (pagate), cosa fino ad allora non permessa. E da quel momento sarà solo l’assemblea di fabbrica a decidere, passo per passo, le future forme di lotta. Il 3 marzo l’assemblea decide di recarsi il giorno seguente a Berna, dov’è la sede della direzione Ffs. L’appuntamento è alla stazione di Bellinzona. «Quando abbiamo visto la stazione gremita di lavoratori con le famiglie, ci siamo resi conto che si stava delineando qualcosa di molto importante», dicono i tre. La protesta sta montando, e già si prepara la resistenza. Il 6 marzo i lavoratori sono in assemblea dalla mattina. Vogliono essere informati nei dettagli sulle voci che circolano in merito al piano e ai licenziamenti. Quando il giorno dopo (venerdì) arriva Perrin, non viene lasciato parlare. «Non volevamo lasciar passare il messaggio che avrebbe dato false speranze, tipo «il settore carri verrà privatizzato ma chi lavora nel settore avrà ancora una possibilità di impiego». Soprattutto non volevamo che ci fossero divisioni tra operai del settore locomotive e quelli del settore carri. Bisognava portare avanti una lotta in comune, indipendentemente dal settore di lavoro e dal contratto», spiega Frizzo. L’assemblea dei lavoratori vota dunque lo sciopero. Si occupa l’officina e ci si organizza: picchetti 24 ore su 24, creazione di un sito (www.officine.unia.ch dove – a proposito di solidarietà – è stato inserito l’appello per la riassunzione del nostro macchinista-ferroviere Dante De Angelis), l’apertura di un conto corrente postale per raccogliere fondi, manifesti, spille. Si approntano in pittureria tavoli e panche, in un altro reparto la cucina. Quello stesso venerdì l’assemblea di fabbrica, vota anche una risoluzione che impedisce al sindacato di categoria (Sev) di negoziare piani sociali con la direzione senza il consenso dei lavoratori. Sarà solo il Comitato di sciopero (composto da 7 lavoratori) l’unico organismo delegato dall’assemblea a partecipare a tutte le tavole rotonde in programma, durante e dopo lo sciopero. Cento anni di industrializzazione Le Officine nascono più di cento anni fa con la costruzione della Gotthardbahn, e rappresentano l’elemento centrale dell’industrializzazione dello sviluppo del Canton Ticino. L’edificio che ospita le Officine viene costruito nel 1874, con l’apertura delle linee ferroviarie Bellinzona-Biasca e Bellinzona-Locarno. Vi lavorano all’inizio 140 persone circa. Nel 1882 viene inaugurata la linea del San Gottardo, che trasforma Bellinzona da piccola cittadina a centro industriale. Diventa in breve tempo uno degli stabilimenti di riparazione e manutenzione più importanti della Svizzera. Nel 1909 il numero dei lavoratori impiegati era di 757 unità (oggi conta circa 400 operai, di cui 70 interinali). Ma non bisogna dimenticare alcuni aspetti: «I bagni delle Officine venivano aperti alla domenica per permettere alle famiglie di venire a lavarsi», racconta Gianni. La Sev, la direzione del sindacato di categoria, si costituì nel 1919, ma già nel 1899 esisteva l’Unione operai e ferrovieri officine; gli operai avevano già costituito un sindacato e iniziato a creare fondi di aiuto per le famiglie in difficoltà. La ristrutturazione prospettata dalle Ffs avrebbe interessato anche il Ksc Friborgo (Kunde Service Center, 164 posti in meno, di cui 51 soppressi e 114 trasferiti a Basilea), mentre dalle Officine di Bienne sarebbero stati dislocati 46 posti a Oltern e Yverdon. «Proprio a Friborgo – dice Matteo Pronzini, segretario sindacale di Unia – la Sev aveva dato indicazione di non protestare. La Sev ha dato poi a sua volta mandato al Consiglio di stato di Friborgo di occuparsi del caso». Il governo di Friborgo si oppose al piano, e ci fu anche qualche ora di sciopero. Ma la battaglia per la difesa dei posti di lavoro a Friborgo non si trasformò in una seconda Bellinzona. Il Kunde Service Center fu chiuso. «L’azienda, quando promuove delle riorganizzazioni non le discute, i sindacati vengono informati solo a cose fatte. Il loro ruolo è quello di accompagnare l’azienda nelle sue riorganizzazioni. Le difficoltà sono proprio queste: la passività del sindacato per paura di infrangere una regola sottoscritta», spiega Pronzini. Che aggiunge: «Il sindacato è stato solo lo strumento a disposizione della lotta, perché era l’assemblea democratica l’unico organo sovrano chiamato a prendere decisioni». «Quando si parla di sindacato Unia si parla di rappresentanti di Bellinzona», tiene però a sottolineare Gianni Frizzo, «cioè Matteo e i suoi colleghi». Perché anche Unia, a livello ticinese, non ha capito la piega che stava prendendo quella lotta. E torniamo all’oggi. I segni di quei giorni sono ancora visibili all’interno dello stabilimento di Bellinzona. Nella pittureria non ci sono più i tavoli montati, e le panche sono ammucchiate una su l’altra addosso al muro. Ma gli striscioni e le bandiere sono ancora tutti lì, così come le tute arancioni appese ai muri in quei giorni e mai staccate. La solidarietà invece la respiri ancora girando per le strade di Bellinzona. La puoi vedere, alzando gli occhi, sventolare dai balconi e dalle finestre delle case. Le bandiere rosse con la scritta bianca «Giù le mani dall’Officina» non si sono né scolorite col tempo, né rovinate con la pioggia. Le tavole rotonde continuano. Al centro delle discussione c’è ora la proposta delle Ffs di trasferire le officine dalla divisone cargo alla divisione passeggeri. Ma se il futuro continua a essere incerto, di una cosa si può invece essere sicuri: la lotta continua. |
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