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Tre domande a…

Vittorio Gandini, Direttore dell’Unione degli industriali della Provincia di Varese

18 gennaio 2013 – 10:41Nessun Commento

La fuga verso la Svizzera delle aziende italiane è un fenomeno in forte crescita che fa riflettere le associazioni mantello degli industriali. Al di là dei vantaggi di start up garantiti dal Ticino, in particolare, l’Italia continua ad avere punti di forza che Varese, ad esempio, vuole enfatizzare. Ne parliamo con Vittorio Gandini, Direttore degli industriali varesini.

Nell’ultimo anno si è accentuata la “fuga” di aziende varesine e lombarde verso il Canton Ticino. Come si sta muovendo (o come si muoverà) Univa e quali suggerimenti dà alla politica per evitare un ulteriore depauperamento del tessuto industriale varesino e italiano? Cosa dice a un imprenditore varesino che vuole andarsene, per farlo rimanere in Italia? E quanto è difficile convincerlo?

La Svizzera sta mettendo in atto importanti politiche di marketing territoriale capaci di attrarre investimenti produttivi sul territorio. E alletta le imprese italiane con vantaggi fiscali notevoli. Chi passa il confine gode, nella fase di start up, di indubbie condizioni di vantaggio. Da questo punto di vista la partita è, per il Sistema Italia, difficile, tanto più in questo momento in cui i vincoli di bilancio non permettono grandi spazi di manovra. Ma il nostro Paese può contare su altri punti di forza. Mettiamo per primo quello della competenza e del forte spirito imprenditoriale di cui è ricca la nostra industria. Se è vero, come è vero, che il futuro della produzione manifatturiera sta sempre di più nella possibilità di creare una rete di relazioni di distretto, nella capacità di impostare politiche istituzionali e aziendali volte a favorire la nascita di cluster settoriali e di reti d’impresa anche trasversali tra diversi comparti, diventa meno vincente la mossa di varcare il confine. Su questi fronti, infatti, l’Italia e la provincia di Varese possono contare su leve competitive difficilmente trovabili altrove. Oggi più che mai. Le recenti iniziative dell’Unione Industriali messe in campo per esempio sul fronte del settore aerospaziale e dell’energia vanno proprio in questo senso.

Qualche anno fa gli Industriali e il mondo dell’economia hanno espresso il problema della mancanza di manodopera qualificata. La scuola e la politica si sono mosse adeguatamente per risolvere il problema? E se sì, com’è possibile evitare che questa manodopera scelga il frontalierato con la Svizzera visti gli stipendi doppi che esistono in Canton Ticino?

La recente riforma scolastica, che ha introdotto all’interno degli istituti i CTS (Comitati Tecnico Scientifici) aperti alla presenza di rappresentanti delle aziende, ha contribuito ad una crescita del dialogo e alla realizzazione di progetti comuni. Su questo fronte, come Unione Industriali e Confindustria stiamo facendo molto, con risultati positivi, soprattutto in un’operazione di rivalutazione dell’istruzione tecnica che comincia a dare i suoi frutti in termini di iscrizione dei ragazzi. Molto deve essere ancora fatto, ma di certo l’essere un territorio a due passi dal confine elvetico pone alle nostre aziende un problema in più: il rischio di investire e far crescere collaboratori preparati che poi vengono attratti da buste paga svizzere. Poco può essere messo in campo dalle imprese su questo fronte. I livelli sono difficilmente raggiungibili. L’unico aiuto non può che venire da una riduzione del cuneo fiscale italiano. È lì che il prossimo governo deve intervenire. È impensabile arrivare agli stessi stipendi elvetici, ma sul banco possiamo sempre mettere un sistema di welfare di certo più tutelante, a cui si stanno sempre più affiancando significative iniziative di welfare aziendale create dalle singole imprese.

Sono alle porte le elezioni politiche e regionali. Cosa chiederebbe come priorità per l’economia del Varesotto e dell’Insubria? Sarebbe d’accordo nell’abolizione dell’Irap in cambio dell’azzeramento dei fondi pubblici “a pioggia” per le imprese?

Ci metteremmo la firma, ma dubitiamo che lo “scambio” sia fattibile, soprattutto se si guarda cosa finanzia l’Irap. Non certo i fondi a sostegno delle imprese, ma la consistente spesa sanitaria. Le due voci, infatti, non sono correlate e difficilmente si possono bilanciare i pesi con un’operazione del genere. Rimane comunque il fatto che dare alle imprese, così come ai lavoratori, ossigeno fiscale è assolutamente necessario e prioritario. Così come è fondamentale che il prossimo governo e la prossima amministrazione lombarda ponga al centro l’industria come principale fattore di sviluppo della regione. E, in questo, la richiesta di una maggiore attenzione e di un modo diverso di vedere le imprese manifatturiere non è rivolta solo alla politica, ma a tutta la società, a tutti i cittadini, a tutto il territorio. Sono ancora troppe le persone che non riescono a guardare ad un’azienda industriale per ciò che è: una risorsa fonte di ricchezza e benessere, non un nemico del bel vivere. La presenza di una moderna industria in provincia di Varese e in Lombardia non va osteggiata, ma favorita. Un po’ come avviene oggi in Svizzera. Che è capace di attrarre nuovi insediamenti produttivi anche e proprio per la sua capacità di accogliere a braccia aperte le imprese, da un punto di vista sia fiscale, sia politico, ma anche come territorio e comunità.

Nicola Antonello

 

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