Italia: come perdere i clienti
I provvedimenti contro l’evasione fiscale cominciano a scoraggiare non solo gli stranieri desiderosi di investire in Italia, ma anche i clienti delle ditte italiane. Per riuscire a comperare qualcosa da una ditta italiana, occorre ormai fare un esame di ammissione, e solo chi viene promosso ha il diritto di spendere i propri soldi in Italia.
Questa almeno è l’esperienza di Flavio Valsangiacomo, titolare dello Studio 3V, una ditta di Lugano che progetta e costruisce impianti per ospedali e case farmaceutiche. Finora lo Studio 3V si rivolgeva a fornitori italiani per acquistare apparecchi e componenti non disponibili sul mercato svizzero. “Gli italiani sono molto flessibili e in grado di soddisfare anche richieste un po’ speciali,” spiega Valsangiacomo, che fa capo al mercato italiano dal 1978.
Negli ultimi tempi però la procedura di acquisto si è complicata. Non basta più chiedere una offerta, fare l’ordinazione e pagare la fattura. Prima di riuscire a piazzare l’ordine dall’Italia arrivano richieste di informazioni su vita, morte e miracoli dei potenziali acquirenti, di fronte ai quali uno svizzero abituato alla discrezione e alla privacy non può far altro che scuotere la testa.
Dove si pagano le tasse cantonali; partita IVA; documenti di registrazione alla camera di commercio; certificati fiscali, e così via. Valsangiacomo è un ingegnere abituato a risolvere in modo rapido ed efficiente problemi pratici. Le scartoffie non gli piacciono, e tanto meno rispondere a richieste burocratiche di cui non capisce il senso, soprattutto tenendo conto del fatto che ha l’abitudine di pagare le fatture senza discutere e nei termini stabiliti.
“Le cose si stanno deteriorando. Guardi qui,” dice Valsangiacomo e mi fa vedere la lettera di un fornitore in cui senza giri di parole gli si spiega che “sarebbe molto più pratico se l’ordine fosse emesso da una azienda italiana. In caso contrario dobbiamo disporre di tutti gli estremi di quella svizzera…”
L’impressione insomma è di essere dei clienti indesiderati. Flavio Valsangiacomo non ci sta, e comincia cercare altrove i propri fornitori. “Parlo il tedesco. Quello che vendono gli italiani lo trovo anche in Germania, da dove ricevo quello che ordino senza problemi”.
Michele Andreoli
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