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Mercati: nervosismo per il Portogallo

29 novembre 2010 – 19:47Nessun Commento

Lisbona (foto cc Pennello)

È durato poco il sollievo per l’accordo sul pacchetto di salvataggio per l’Irlanda. I mercati finanziari cominciano ora ad innervosirsi per il Portogallo. E a chiedersi a chi toccherà dopo.

Il fermo rifiuto del governo di Lisbona di far capo agli aiuto dell’Ue non ha per nulla tranquillizzato gli operatori. Come ha fatto notare il famoso economista Nouriel Roubini in una intervista rilasciata al quotidiano portoghese “Diario economico”, anche la Grecia e l’Irlanda avevano negato a lungo di aver bisogno di assistenza.

Il Portogallo potrebbe innescare un problema ancora più grosso, di nome Spagna. “Grecia, Irlanda e Portogallo non sono che l’antipasto: il piatto principale è la Spagna”, scrive oggi sul New York Times il premio Nobel per l’economia Paul Krugmann.

E sul Wall Street Journal l’economista Irwin Stelzer evoca lo spettro di un estensione della crisi anche all’Italia. “Dopotutto,” afferma Stelzer, “con un debito pari al 120% del Pil, l’Italia è più indebitata del Portogallo, che sta all’85%. E nella classifica della Banca Mondiale dei paesi più favorevoli agli imprenditori, il Portogallo è 31mo, mentre l’Italia è all’80simo posto. Per un imprenditore, insomma, l’Italia è più dura che la Mongolia o lo Zambia e poco meglio che Giamaica, Albania e Pakistan.”

Intanto gli occhi del mondo finanziario sono puntati sul Portogallo e sulla Spagna. La Spagna per molto versi presenta una situazione simile a quella americana: il credito facile reso possibile dall’introduzione dell’euro ha alimentato la speculazione edilizia. Prezzi e salari sono aumentati, e quando la bolla è scoppiata, la Spagna si è trovata con una economia scarsamente competitiva.

La soluzione pre-euro sarebbe stata la svalutazione, che avrebbe rilanciato l’economia dei paesi indebitati rendendo i loro prodotti più concorrenziali. È quello che stanno facendo gli Stati Uniti, lasciando precipitare il valore del dollaro. La moneta unica europea non permette questa scappatoia, ma costringe i paesi indebitati a intervenire pesantemente sui costi di produzione, congelando prezzi e salari. Una strada lunga e difficile, e soprattutto molto costosa dal punto di vista sociale.

Vie d’uscita non ce ne sono. Per i paesi indebitati, è impensabile lasciare l’euro, in quanto si troverebbero nell’obbligo di dover rimborsare interessi e prestiti ottenuti in euro con una moneta che inevitabilmente è destinata a svalutarsi.

Potrebbero lasciare l’euro paesi economicamente forti, come la Germania, o l’Olanda. Ma non hanno nessun interesse a farlo. La Germania si trova attualmente nell’invidiabile situazione di avere la botte piena (le esportazioni in crescita grazie all’euro debole) nonostante una moglie (i paesi in crisi) disperatamente ubriaca.

La Svizzera, economicamente legata a doppio filo alla Germania, approfitta di questa situazione. L’apprezzamento del franco crea naturalmente qualche difficoltà all’industria d’esportazione, ma si tratta di un problema con cui la Svizzera è sempre riuscita a convivere.

Michele Andreoli

 

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