Il malato immaginario, di Molière
mar 22 febbraio 2011 - gio 24 febbraio 2011
Teatro di Varese
Piazza della Repubblica Varese (VA)
con Paolo Bonacelli, Patrizia Milani, Carlo Simoni
Il malato immaginario è l’ultimo grande capolavoro comico di Molière. Una farsa all’antica, colma di eccellenti spunti comici, in cui però alcuni strani elementi di verosimiglianza permettono di ipotizzare un certo mondo concreto o – se si preferisce – una certa visione del mondo. La farsa è quella che Molière, primo attore del re, uomo di mestiere, ha ideato e scritto per il divertimento e per la digestione del suo sovrano; la visione del mondo (che mai il poeta riesce a nascondere, neppure nell’opera di più disincantato mestiere) è quella di un uomo che ha smarrito nelle delusioni della vita la fiducia in se stesso e nei propri simili, e la stessa voglia di vivere.
L’inconciliabilità, o forse meglio l’antinomia non risolta tra questi due opposti elementi fa deI malato immaginario un’opera di straordinaria ricchezza d’aspetti e un lancinante documento della condizione interiore di Molière nel suo ultimo anno di vita.
Fra i suoi capolavori è quello che ai nostri occhi di posteri appare più circonfuso da un alone sacro: su queste parole Molière si spense, alla quarta replica mentre recitava la parte di Argan, su quel mitico seggiolone al centro della scena, quello stesso, pare, che tuttora si conserva alla Comédie Française.
Ma questi tre atti, al di là della loro sostanza satirico-farsesca, dispiegano anche un alone onirico. I personaggi e gli accadimenti si confondono fino a diventare i sogni del Malato.
La commedia inizia in tono tradizionale, in un colore comico, ma si trasforma poco a poco. Impercettibilmente evolve verso il tragico, ma questo tragico diventa stravagante e ride sotto i baffi fino all’allucinazione, al delirio e alla morte.
Il malato immaginario è il testamento che Molière ci lascia morendo; lo lascia da par suo, con gli intrighi di sempre, naufragato e nascosto nella beffa e nel riso, nel gioco di prestigio tra realtà e finzione, o meglio tra finzione e finzione della finzione, che è l’amara filosofia di tutto il suo teatro.
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