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Tre domande a…

Alberto Meroni, regista della Palmira

18 giugno 2013 – 11:05Nessun Commento

Il regista Alberto Meroni

Le avventure della Palmira, la  protagonista delle commedie della Compagnia comica dialettale di Mendrisio che da quarant’anni fanno ridere il pubblico del Mendrisiotto e non solo, ha conquistato il grande schermo.  Il film del regista Alberto Meroni avente per protagonista il popolare personaggio è uscito in questi giorni nelle sale ticinesi. Per l’occasione Loris Trotti ha intervistato il regista Alberto Meroni.

Quale differenza passa tra la stesura di un copione per teatro ad uno per cinema?

Io e Diego Bernasconi, figlio di Rodolfo, abbiamo scritto una sceneggiatura cinematografica, con ritmi e regole per il cinema. Abbiamo tuttavia cercato di non dimenticare le caratteristiche dei loro spettacoli teatrali, come quelle scene dove molti personaggi si trovano nello stesso luogo e danno vita a dialoghi serrati, situazioni che nel cinema sono difficili da realizzare ma che abbiamo inserito proprio perché tipiche dei loro teatri.

Quanto tempo è servito per la stesura?

Ci siamo trovati due volte alla settimana per circa otto mesi. È stato un lavoro di progettazione piuttosto duraturo; dapprima abbiamo analizzato come traslare i personaggi dal teatro al cinema, poi abbiamo definito la storia e stabilito tutte le regole del mondo in cui vivono. E’ seguita la stesura di ogni singola scena, così da garantire una comicità degna dei personaggi. Le riprese filmate, invece, sono durate 22 giorni, dal 16 maggio all’8 giugno, e sono state girate a Mendrisio.

Un copione cinematografico lascia spazio all’improvvisazione?

La possibilità di uscite solitarie è molto più limitata rispetto ad una rappresentazione teatrale, però qualora un attore avesse suggerimenti per migliorare una battuta, ne discutiamo. Ci sono stati lampi di improvvisazione davvero apprezzati. Un vantaggio per gli attori è che, quando sbagliano, possono tranquillamente rifare la battuta, fin quando non e’ perfetta: infatti non basta dirla bene una volta, bisogna dirla in modo ottimale, e ogni tanto si raggiungeva il top soltanto dopo numerosi ciak.

Anche l’entourage è diverso dal mondo del teatro…

La nostra équipe è formata da una trentina di persone, coordinate alla perfezione in modo da ridurre tempi e costi, anche perché la produzione è completamente autofinanziata. Ci sono operatori, truccatrici, tecnici del suono, eccetera: insomma, è un mondo complesso molto distante dal dietro le quinte di una commedia dialettale.

… e il numero di comparse è visibilmente più alto!

Sì, oggi stiamo girando la scena finale, quella più “maestosa”, dove appaiono una sessantina di comparse. Reperirle è stato facile, perché la gente del Mendrisiotto ha risposto con grande prontezza al nostro appello!

Da esperto di spot e documentari a regista di un lungometraggio: è stato impegnativo cimentarsi in un settore differente?

Una delle grandi differenze risiede nelle tempistiche. Uno spot di 30 secondi si gira in un giorno, mentre un film di 90 minuti richiede quasi un mese di riprese, e ore e ore di montaggio. Mantenere una costante non è affatto semplice: ad esempio, i tecnici della fotografia hanno dovuto farsi in quattro per mantenere la stesse condizioni di luminosità di giorno in giorno, visto che la meteo non ci ha per nulla agevolato.

Frontaliers e Palmira contribuiscono a trasmettere il dialetto ai giovani: cosa ne pensa?

Sono d’accordo… e aggiungerei anche i Vad Vuc. Forse gli adolescenti tendono a snobbare un po’ il dialetto perché sognano il resto del mondo, ma quando crescono e rientrano in Ticino dopo delle esperienze all’estero, si sentono a casa anche grazie al dialetto, un ingrediente della cultura ticinese in cui si riconoscono subito. Palmira, Frontaliers e Vad Vuc sposano tratti linguistici locali a messaggi che valicano i confini nazionali, e al contempo contribuiscono a mantenere vivo il dialetto: per questi motivi sono apprezzati da tutti.

Loris Trotti

 

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