Giuliano Bignasca, vent’anni fa
Sulla figura di Giuliano Bignasca vi proponiamo gli appunti presi nel 1994 durante una visita a via Monte Boglia, la sede storica della Lega, in vista della realizzazione di un articolo per la rivista di Zurigo Das Magazin.
Arrivo puntuale, ma Giuliano Bignasca non c’è ancora. Non c’è sala d’aspetto. O c’è il capo, e si va nel suo ufficio, o si aspetta in corridoio. Da Bignasca non ci sono fronzoli, spazio inutilizzato, rappresentative sale d’attesa, segretarie eleganti con l’aria di far nulla. Le due signorine che rispondono al telefono e tengono d’occhio la porta dietro una parete vetrata hanno l’aria di esser abituate a improvvisare, a prendere l’iniziativa. In ogni caso hanno da fare: il telefono suona in continuazione.
Accanto alla porta, incorniciate, una decina di foto a colori, della replica della basilica di San Pietro, fatta costruire a Yamoussoucro (Costa d’Avorio) dal presidente Félix Houphouet-Boigny. La ditta A. e G. Bignasca ha fornito i marmi e i graniti, e ha fatto da impresa generale per parte dei lavori. E’ uno degli affari più spettacolari della ditta, e ha fruttato una ventina di milioni di franchi. Un po’ più in là altre fotografie di immobili di rappresentanza, alberghi, ville. Sulla fotografia di una porta una dicitura: “Residence l’Aube, Collonge-Bellerive, Ginevra, Sua maestà Re Fahd”.
La segretaria, al telefono, sta per l’ennesima volta spiegando che il signor Bignasca non è ancora arrivato. Dalla strada salgono delle urla. “Ecco, ora sta arrivando,” commenta impassibile. Bignasca entra sparato, mi guarda bieco, e prende la telefonata. Quando ha finito mi invita a entrare nel suo ufficio, mi fa sedere, passa in rassegna la posta, gli estratti conto delle banche, urlando contemporaneamente ordini attraverso la porta aperta. I suoi collaboratori accorrono, ricevono istruzioni, escono. Il suo tavolo, di granito ticinese, è rivolto verso la porta, sempre aperta, attraverso la quale la voce di Bignasca raggiunge tutti gli uffici. I dipendenti sembrano abituati. La segretaria-telefonista di 26 anni, lavora da 11 anni da Bignasca, dice che è sempre così. “Bisogna abituarsi, poi si va d’accordo”, dice. La collega conferma.
Dietro alla scrivania c’è un televisore con un videoregistratore. Alla parete è appesa una foto di un bel ragazzo biondo, sorridente, a torso nudo. “Ero io quando frequentavo i night”, spiega Bignasca. Da quegli anni è molto cambiato. Ora è ingrossato. Lo sguardo truce si apre in un sorriso mite, che scompare subito, sommerso dalla maschera di duro a cui Bignasca sembra tenere molto. Si direbbe che faccia di tutto per nascondere la propria sensibilità. Eppure ha anche qualcosa di vulnerabile. Davanti alla sua aggressività, al suo gettarsi nelle cose, si sente quasi il bisogno di dover far qualcosa per evitare che si faccia male.
A sinistra dell’entrata un quadro di Felice Filippini, una coppia nuda sdraiata. A destra un orologio Turati Design – a spazi geometrici grigio-nero-bianco. L’ufficio da una impressione di solidità, di ben ben costruito, non particolarmente sofisticato, ma neppure di cattivo gusto. Un posto per lavorare.
Improvvisamente alza la testa, mi guarda, e mi aggredisce grintoso: “Ma a me, del tuo articolo, cosa me ne frega?” Fortunatamente me l’aspettavo. Mi avevano avvertito che il primo impatto con Bignasca non è facile, che gli piace spaventare chi lo avvicina, vedere l’effetto che fa e poi mostrarsi inaspettatamente disponibile e aperto. Il burbero benefico, insomma. Mentre esamina la corrispondenza, distribuisce ai sui dipendenti dei foglietti con istruzioni varie, risponde al telefono, mi mette davanti al naso un plico di fotocopie: le interpellanze del gruppo della lega al Gran Consiglio; le copie dei verbali delle riunioni del partito liberale. Improvvisamente comincia a parlare con me, senza attendere una mia domanda.
“I problemi del Ticino? Non esistono!” Il Nano ha una soluzione pronta per tutto. Se solo potesse decidere lui, e in fretta. Pensa ad alta voce. Parla in fretta, mangiando le parole, affannato, alternando l’italiano al dialetto.
Mentre continua a dare ordini, a rispondere al telefono (“Chi? Un giornalista? Quando non sanno cosa mettere sul giornale chiamano il Bignasca… non voglio parlargli !”), a esaminare la corrispondenza, mi informa che le sue 11 ditte occupano 250 operai, che ai bei tempi faceva un giro d’affari di 20 milioni all’anno, ma che ora le cose si sono fatte più difficili, che di reddito dichiara 600′000 franchi, che il patrimonio di tutte le sue ditte arriva a 180 milioni: quasi tutti in immobili, e quasi tutto a Lugano.
La fondazione della Lega
“Un giorno vedo un piccolo annuncio delle Ferrovie federali sul Corriere del Ticino: offrono un terreno a Manno. Rispondo e chiedo 8000 mq per fare dei depositi. Dopo 10 giorni mi danno il menavia… Poi vengo a sapere che hanno dato tutto al Tarchini. Io non lo conoscevo neanche, ma mi sono arrabbiato. E così ho fondato il Mattino. Le cassette per il giornale le ha fatte il mio fabbro. Prima nei comuni non le volevano. Adesso se non ci sono reclamano. Per mettere in piedi il giornale, ci ho messo tre telefonate. Non ci vuole mica tanto.”
Questo episodio, raccontato in prima persona da Giuliano Bignasca, ha rappresentato l’inizio dell’avventura politica di Giuliano Bignasca. I terreni di Manno in questione erano stati acquistati dalle FFS per realizzare uno scalo merci. Quando il progetto fu lasciato cadere, all’inizio degli anni ’90 i terreni vennero messi sul mercato. Ma alle offerte di Bignasca vennero preferite quelle di Tarchini. E così si giunse alla fondazione del Mattino, a cui seguì quella della Lega:
“Il programma della Lega l’ho buttato giù in due notti. Mi sono preso un’altro programma e l’ho fatto giù… Uno scossone comunque gliel’abbiamo dato… le mie teorie le conosci… io sono per dare più autonomia ai comuni… hai il vantaggio che c’è un rapporto più diretto col cittadino, e quindi è meno inquisitorio, meno burocratico… bisogna arrivare a nuclei comunali di 1200-1500 abitanti, che si diano quelle due o tre strutture che hanno tutti, con i dipendenti cantonali che diventano comunali… in quel momento lì a Bellinzona va un po’ meno roba, e deve andare meno roba anche a Berna…
Il mio Ticino utopico assomiglia molto a Montecarlo. Con meno mare e meno boutiques… qui è Montecarlo e il Sopraceneri è la Haute Corniche.”
Michele Andreoli
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