Berna: bocciata la proposta di vietare i salari in euro
Il Consiglio nazionale ha respinto con 118 voti contro 62 l’iniziativa parlamentare della socialista ticinese Marina Carobbio, che proponeva di rendere obbligatorio il pagamento dei salari in franchi. La maggioranza ha seguito il parere della commissione parlamentare, secondo cui il diritto in vigore offre ai dipendenti sufficienti garanzie.
Marina Carobbio aveva motivato la sua proposta osservando che era in aumento il numero di ditte che cercavano di introdurre il pagamento dei salari in euro. Attualmente, secondo l’articolo 323b del Codice delle obbligazioni il salario deve essere pagato in franchi svizzeri, ma le parti possono derogarvi mediante accordo. Nei settori in cui non vi è un salario minimo obbligatorio, datore di lavoro e lavoratore possono quindi convenire liberamente il pagamento del salario in euro, con il rischio che i lavoratori frontalieri possano essere disposti ad accettare salari inferiori a quelli dei lavoratori svizzeri.
Secondo Marina Carobbio, questa situazione potrebbe creare una pressione verso il basso sui salari, compromettendo l’impiego di lavoratori indigeni, perché gli imprenditori avrebbero interesse a impiegare lavoratori frontalieri meno cari. Le prime vittime sarebbero i lavoratori residenti in Svizzera.
Questa situazione ha spinto il sindacato UNIA a denunciare ditte che hanno introdotto il pagamento dei salari in euro. In risposta a una domanda del consigliere nazionale Robbiani, il 7 giugno 2011, il Consiglio federale aveva dichiarato che “il lavoratore non deve sopportare il rischio di fluttuazione del tasso di cambio”.
Ma la maggioranza dei deputati ha preferito seguire le argomentazioni della commissione parlamentare, le cui conclusioni sono state presentate dal Consigliere nazionale Fulvio Pelli. Una proibizione assoluta di versare il salario in una valuta estera stabilirebbe – a detta del deputato liberale-radicale ticinese – delle rigidità nei contratti di lavoro, che in determinati casi potrebbero rivelarsi controproducenti. Secondo Pelli il pagamento dei salari in valute estere può avere un senso nel caso in cui dei datori di lavoro impiegano il loro personale all’estero per lungo tempo, in paesi con un’altra valuta.
Il pagamento in euro dei salari dei frontalieri che lavorano nelle regioni di frontiera, secondo Pelli, poteva avere un senso quando c’erano delle forti fluttuazioni del cambio. Ma ora che la Banca nazionale è riuscita a stabilizzare il cambio franco-euro, il pagamento dei salari in euro non è più giustificato. È quindi inutile, ha affermato Fulvio Pelli, irrigidire inutilmente le regole del nostro Codice delle obbligazioni.
Red.
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