Una giornata col tamarro e il suo slang
La lingua che utilizzano i giovani per descrivere la loro realtà è un caleidoscopio di variopinte espressioni, che oscillano tra lo sguaiato e il mordace sbertucciante. Storpiature e nomignoli à gogo dinamizzano il loro gergo, altamente innovativo da un parte ma pure retrivo dall’altra: già, perché nessuno sospetterebbe che dietro a parole come tamarro e min**ia si celino datate etimologie letterarie o esotico-stravaganti.
Il mattino non ha l’oro in bocca per il tamarro, incline ad alzarsi a pomeriggio inoltrato. Ben consapevole della sua nomea, non è per nulla in chiaro sul significato del pregiato titolo che detiene: invero, la qualifica è negativa, e designa un rozzone villano. Il termine tamarro, non a caso, è di origine umile, probabilmente derivato dall’arabo tammâr, ossia ‘venditore di datteri’. Che poi dai datteri abbia finito per scimmiottare l’abbigliamento vistoso e i modi da spaccone del Nostro è un mistero curioso.
Incuriosisce anche la prima occorrenza scritta del termine, risalente (secondo il Grande Dizionario della Lingua Italiana) al 1984, quando il giornalista Pupazzi scriveva su «Panorama» che taluni giovinastri di quartiere si dividevano tra “tamarri, già ventenni, skamarroni, i più piccoli e truzzi, tra i 15 e i 18 anni”. Questo estratto di Pupazzi dava il via anche al neologismo truzzo! Nell’ ‘86 la giornalista Rossanda specifica su «Il manifesto» che “il tamarro è un incazzato anche un po’ invidioso dei paninari, i paninari sono fighetti”. A quanto pare, di questo scorcio di civiltà suburbana dell’altro ieri sono sopravvissuti soltanto tamarri e truzzi: d’altronde la selezione naturale predilige il meglio.
Vi sarebbe poi il parente meno famoso del tamarro, ossia il tamagno, scarsamente frequentato dalla lingua italiana ma assai più antico e duro a soccombere: il vocabolo-energumeno ha fatto un sacco di strada, dal latino tam magnus (‘tanto grande, così grande’), alla parlata genovese del XIII secolo, al “Tamagnino della porta” (una sorta di tamarro nano e attempato) di una splendida novella del Boccaccio. In anni più recenti tamagno è stato rispolverato dalla traduzione italiana del libro di Anthony Burgess. Come chi è Burgess? Ma si dai, quello di “Alex e i suoi drughi”, di “mamma mi fa male il gulliver”, del “su e giù con una giovane devotchka” e della “Durango 95”, insomma, quello del leggendario Arancia meccanica, reso celebre dalla spumeggiante trasposizione cinematografica ad opera di Stanley Kubrick.
Persino il tamarro ne conosce le battute a memoria, che ama mimare rimirandosi allo specchio, specie durante la fase clou della giornata, corrispondente al cerimoniale di vestizione: ai vestiti sgargianti rigorosamente fashion, ideali a mettere in risalto il fisico ultra-macho, il tamarro alterna orpelli kitsch iper-tarocchi. A proposito: interessante l’etimo di tarocco, ovviamente legato alle verità sedicenti delle carte dei tarocchi. Ma nulla si sa in proposito alla nascita del sostantivo: unica certezza è che si sparse un po’ ovunque sul territorio europeo attorno al XVI secolo. Così, (sempre facendo fede al GDLI) in un documento di Velletri (RM) di quell’epoca si parla di “ludus tarocorum” (gioco dei tarocchi) mentre in Francia compare tarots e in Inghilterra, nel 1598, tarot e taroc.
Consapevolmente all’ultimo grido, ma inconsapevolmente buffissimo, il Nostro esce di casa sul tardi, con il nobile proposito di inciuciare con una qualche vezzosa pupattola. Se pensavate che inciucio fosse un vocabolo prettamente connesso al mondo del sesso vi sbagliavate assai: potrebbe darsi a livello orale, ma a livello scritto nasce – anche stavolta – nel linguaggio giornalistico, come termine politico atto ad illustrare un accordo informale tra forze governative. Dal suo debutto su «La Repubblica» nel 1995, inciucio si è arricchito di nuove accezioni, via via traviato dalla cronaca gossip e scandalistica: e così ha finito rocambolescamente per denotare un intrallazzo o un pettegolezzo.
Min**ia, e chi l’avrebbe mai detto! Ma questo è poco! Pensate che proprio min**ia (il membro virile, e non femmineo come taluni credono) proviene dal latino classico mentula, e fu uno dei cavalli di battaglia terminologici adottati da Catullo per i suoi carmi, noti soprattutto per l’immagine amorosa dei mille baci! Altro che mille baci: nei versi catulliani, oltre che a baci e carezze, è tutto un fiorire di mentula a destra e a sinistra.
Ed è così che sotto il chiarore dalla volta celeste il tamarro si fa un strappo in disco, il suo habitat naturale, sempre con il capriccio indefesso del dover rimorchiare a tutti i costi. Ad accoglierlo sulla soglia, però, lo attende una turba di parasintetici, che non sono sostanze allucinogene, bensì termini costituiti da una preposizione prefissale seguita da un sostantivo suffissato: difatti il Nostro incappa in una serie di impasticcati, intrippati (dall’inglese trip, ‘viaggio’), imbenzinati e invasati vari.
Nel marasma generale, fortunatamente spicca la capoccia oricrinita di una qualche graziosa signorina, e il tamarro prende a svolazzare copiosamente di qua e di là come un nevrotico beija-flor (‘colibrì’), cercando di profondere al meglio le proprie raffinate techniques de charme. Persegue la sua chimera fino alla sei di mattina poi, quando non c’è più neanche l’ombra di una donna e si sente scornato dagli smacchi collezionati, capisce che è ora di far rientro da mamma-chioccia. A casa, nel suo lettino, viene bellamente colto da un soporifero abbiocco, forse la parola più adatta in questa circostanza, dal momento che scaturisce dal romanesco biocca, ovvero ‘chioccia’. Sogni d’oro!
Loris Trotti
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bravo loris mi e’piaciuto.ma come cavolo ti e’ saltato in mente un articolo cosi’.