Manovra: invece di risparmi, più tasse
Fra aumento dell’IVA al 21%, contributi di solidarietà, prelievi addizionali per le società energetiche, e altri balzelli, le misure varate dalle autorità italiane per abbattere l’indebitamento dello Stato consistono nella misura di almeno il 70 % in un accrescimento della presssione fiscale.
Le promesse di Roma alle autorità europee di intervenire sulla spesa pubblica sono rimaste lettera morta. Invece di misure di risparmio con un impatto durevole sull’andamento della spesa pubblica, si è scelto di aumentare la pressione fiscale. Secondo gli esperti, a quota delle entrate tributarie è destinata ad arrivare al 48,7 % del prodotto interno loro (vedi Tito Boeri, lavoce.info). In altre parole un euro su due generato in Italia finirà allo Stato.
In mancanza di interventi incisivi sulla spesa, resi impossibili dall’incapacità del governo di imporsi sui gruppi di interesse, la spesa pubblica, che attualmente raggiunge il 52% del prodotto interno lordo, è destinata a diminuire solo marginalmente.
Comprensibile quindi la scarso entusiasmo dimostrato dai mercati finanziari per la manovra, rivelato dal nuovo aumento dei rendimenti chiesto ai titoli dello Stato. Per uscire da questa situazione, che ha tutte le caratteristiche di un vicolo cieco, non ci sono che due possibilità: riforme strutturali che riducano durevolmente la spesa pubblica, o una ripresa della crescita economica, di cui però non si vede nessuna avvisaglia, e che l’aumento dei prelievi fiscali previsti dalle misure anti-crisi non contribuirà certo a favorire.
Vista la difficoltà dell’Italia di prendere in mano le redini del proprio destino economico, per il futuro del paese sarà determinante l’ evoluzione della situazione nell’eurozona. Attualmente l’euro naviga in acque tutt’altro che tranquille. Ma si direbbe che stia prendendo piede la coscienza che da questa barca non ormai non si può più uscire. E quindi aumentano gli sforzi per trovare delle soluzioni comuni.
Determinante a questo proposito è la posizione della Germania, che fino ad ora si è opposta alla socializzazione degli oneri di un risanamento dei conti dei paesi indebitati. D’altra parte l’economia reale non presenta un quadro così fosco. È di oggi la notizia che nei primi sei mesi dell’anni, le esportazioni tedesche nei paesi sono aumentate del 10 per cento. Berlino sta dunque approfittando in modo importante dei vantaggi competitivi derivanti dall’euro debole, e potrebbe quindi ammorbidire la propria posizione sulla possibilità di creare quegli strumenti finanziari, come gli eurobond, che potrebbe contribuire a riportare sotto controllo i problemi creati dal debito pubblico.
Michele Andreoli
Articoli correlati:
- Ai single la spesa costa il 71% in più
- Accordo fiscale tra Svizzera e Germania sul reddito dei risparmi
- Dubbi dei mercati sulla manovra italiana
- Frontalieri: meno tasse per tutti!
- Scudo: taglio delle tasse











