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Balairatt e la coda di paglia dell’Italia

30 settembre 2010 – 19:44Un Commento

Se la campagna di manifesti intitolata “Balairatt” aveva lo scopo di fare rumore, l’obiettivo è stato sicuramente raggiunto. In queste ore, hanno parlato tutti: dai sindacati svizzeri e italiani, ai governi locali e regionali delle due sponde, alla diplomazia. Persino il ministro degli esteri Franco Frattini ha stigmatizzato l’accaduto. Tutti all’unisono hanno difeso i frontalieri, la loro onorabilità, il loro lavoro, la loro serietà. Una reazione encomiabile ancorché doverosa.

Tuttavia, ci sono voluti i titoloni sui giornali nazionali di servizi scandalizzati delle televisioni, per smuovere l’opinione pubblica ma anche la politica (soprattutto italiana) troppo spesso distratti da altri problemi per prestare attenzione alla “questione” frontalieri. Ci si dimentica troppo spesso – per esempio – che i frontalieri hanno dovuto attendere dei mesi prima che l’Agenzia delle entrate facesse chiarezza sulle conseguenze fiscali prodotte dall’introduzione dello scudo fiscale. Ancora oggi – e il nostro sito ne è la testimonianza – molti di loro continuano a vivere nell’incertezza chiedendosi come devono comportarsi con il fisco italiano.

E’ vero che chi ha un lavoro in Svizzera può ritenersi fortunato: lo stipendio è buono e assicurato, le prestazioni sociali ottime, i contratti collettivi (dove esistono) garantiscono il lavoratore. E’ vero anche che le imposte alla fonte pagate dai frontalieri in Svizzera sono sicuramente meno penalizzanti rispetto a quelle italiane. Ma ancora troppo spesso si considerano i frontalieri semplicemente dei privilegiati senza tenere conto che (loro più di molti altri) si sobbarcano ogni giorno viaggi massacranti per andare al lavoro. Ho conosciuto un frontaliere che fa lo scalpellino in Valle Maggia. Tutti i giorni, scende da Domodossola passando per le Centovalli e poi si inerpica su, su fino a Cevio. Un’ora mezza di viaggio all’andata e altrettanto al ritorno. Senza contare gli ingorghi e le colonne. Ieri, ancora, un nostro lettore ci segnalava come a causa di lavori di pavimentazione stradale fra Gaggiolo a Stabio, ogni mattina e ogni sera si formano infinite colonne di vetture.

Qualcuno potrebbe ritenere questa cosa un fatto normale. Anche chi deve andare da un capo all’altro di Milano, nelle ore di punta, deve sopportare gli incolonnamenti sulla tangenziale. Ma c’è una differenza fondamentale: i ristorni delle tasse dei frontalieri versati all’Italia, secondo gli accordi Italo-Svizzeri, dovrebbero servire, tra l’altro, a costruire e intrattenere infrastrutture che facilitino loro il transito. Invece non è così. Basta guardare cosa succede sulla statale Regina fra Porlezza e Gandria. Le gallerie, progettate, più di vent’anni fa per togliere il traffico da una strada ottocentesca e pericolosissima, sono ancora una chimera. Senza parlare poi del tentato furto del fondo disoccupazione che i frontalieri pagano in Svizzera e che Berna riversa all’INPS. Ultimamente, qualcuno che dovrebbe essere molto vicino ai frontalieri e che da molti di loro prende pure il voto, voleva utilizzare altrimenti una parte consistente di questi soldi. Insomma, se da una parte l’iniziativa “Balairatt” è discutibile, è troppo facile accorgersi del problema quando fa comodo o quando la pressione mediatica è tale che diventa difficile non schierarsi.

Purtroppo, c’è da giurarci che anche questa volta, passata la buriana, ci si dimenticherà dei frontalieri, dei loro problemi, dei loro diritti, dei rischi di dumping a cui sono costretti dagli imprenditori svizzeri e che paradossalmente proprio per questo vengono “rattizzati” da un certo populismo elvetico. Solo quando Berna e Roma si metteranno a discutere seriamente, analizzando le ragioni degli uni (il Canton Ticino) e degli altri (i frontalieri) allora forse, eviteremo altre derive come questa. A quando, ad esempio la ripresa delle trattative per ridefinire gli accordi contro la doppia imposizione? Sarebbe un passo importante per disinnescare la xenofoba strisciante. Invece, l’incarto continua a languire in qualche cassetto ministeriale.

Mario Besani

 

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Un Commento »

  • mario scrive:

    Risulta sempre più evidente che l’economia globalizzata smania perché si mantenga viva la cosiddetta “guerra tra i poveri”: chiamata con pomposità retorica “competitività”. Viviamo sempre più in un contesto socio-economico, nel quale riprende forma una specie di moderna “Corte dei Miracoli”, dove i poveracci si arrabattano come i sorci per trovare un poco di grana. I partiti moderati, ovviamente vicini all’economia imperante, se ne guardano bene di cercare/trovare delle soluzioni: l’argomento scotta ed politicamente penalizzante. Così gli estremisti, anonimi o meno, si sono impossessati della ghiotta occasione. L’unica cosa da fare, ragionevolmente, è quella di unirsi, lavoratori ticinesi e frontalieri e non cadere nella trappola del conflitto che penalizza inevitabilmente le due parti. Come diceva il filosofo: se i salariati spendono un’intera vita nella speranza di diventare ricchi, saranno statisticamente(!) sempre perdenti.

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