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Insubria: agricoltura sotto assedio

30 agosto 2010 – 08:28Nessun Commento

La Nera di Verzasca

Dal 1994 nel Varesotto ben 436 aziende produttrici di latte hanno chiuso i battenti. Il bosco riconquista i pascoli e le tradizioni agricole rischiano di scomparire. Con una maggiore collaborazione transfrontaliera si cercano ora nuove soluzioni alla crisi dell’economia montana.

Il tema è stato al centro del convegno tenutosi a Laveno Mombello in occasione del Mipam 2010, la mostra dei prodotti e degli animali di montagna. Oltre al taglio del nastro, rigorosamente verde, a cui ha partecipato il ministro Umberto Bossi, il fulcro della fiera sono stati gli animali e le realtà alpine della Lombardia con alcune interessanti collaborazioni con il Canton Ticino.

Tra i momenti più importanti della tre giorni, sicuramente il convegno a Villa Frua, che ha affrontato il tema “L’agricoltura risorsa per la montagna. Il ruolo degli enti sovracomunali in rapporto al nuovo codice delle autonomie”. Le aziende montane sono in crisi, lo dimostrano i dati del convegno: dal 1994 a oggi le imprese varesine che producono latte sono scese da 550 a 114. A questo si aggiungono i dati dell’avanzata dei terreni boschivi: negli ultimi quindici anni i boschi si sono “rimangiati” numerosi territori un tempo destinati al pascolo.

Secondo Enrico Borghi presidente nazionale di UNCEM (Unione Nazionale Comuni Comunità Enti montani) sono principalmente i comuni e poi la regione che devono intervenire a favore di queste realtà che producono beni che vanno ben oltre a quelli più diretti, ma comunque importantissimi, dei latticini e dei prodotti caseari biologici.

L’agricoltura montana produce qualità della vita

Le aziende e le cooperative montane producono infatti un bene molto importante per la vita dei cittadini, un bene che ad esempio nelle grandi città di pianura si paga a caro prezzo, mentre da noi si da per scontato, la qualità della vita. Agli alpeggi infatti spetta il compito di mantenere in ordine e di gestire un territorio, presidiandolo quotidianamente, che altrimenti sarebbe abbandonato e che creerebbe non pochi problemi a chi come gli abitanti delle città vive poco più a valle.

Senza dimenticare l’importanza della salvaguardia delle tradizioni e della cultura delle valli, che sono un vero e proprio patrimonio da cui attingere per creare anche forza lavoro. Un interessante esperimento in questo senso è stato proprio studiato con l’aiuto degli allevatori caprini del Canton Ticino. La Capra Nera di Verzasca è un animale tipico della Val Verzasca e lo era anche del luinese. Con gli anni però questo animale era sparito dalle valli italiane, sostituito da altri ceppi caprini o addirittura estintosi a causa della sparizione del mestiere di allevatore.

Partito da un progetto pilota alla fine degli anni novanta e diventato poi un programma di cooperazione transfrontaliero Interreg, il progetto della Nera di Verzasca aveva l’obbiettivo di reintrodurre questo animale nella vallate italiane. Il risultato è stato raggiunto facilmente, consolidandosi nel 2007. Con un nuovo progetto si è voluto incrementare la competitività e la valenza economica dell’allevamento dell’animale rispetto ad altre razze e ad altri sistemi gestionali, incentivando la collaborazione tra gli allevatori italiani e svizzeri.

Questo esperimento ha portato ottimi frutti anche nel campo più prettamente economico portando alla nascita, o sarebbe meglio dire alla riscoperta, della blasonata Formaggella del Luinese, un prodotto caseario che sta per ottenere anche il marchio Dop. Questo è sicuramente un perfetto esempio di come la gestione accurata dei territori montani possa portare indubbi beneficio anche alle città, fornendo un prodotto di qualità e assolutamente delizioso.

Mattia Coletto

 

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