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La Svizzera e il pelapatate

19 dicembre 2010 – 10:43Nessun Commento

C’è una famosa battuta di Orson Welles nel film “Il terzo uomo” di Carol Reed, secondo cui la Svizzera, in 500 anni di pace e democrazia, è riuscita a dare al mondo solo l’orologio a cucù, mentre nell’Italia del Rinascimento, sconvolta da guerre, terrore e morte, Michelangelo e Leonardo da Vinci creavano i loro capolavori.

I luoghi comuni sono duri a morire, ma spesso sono sbagliati: l’orologio a cucù è un prodotto tipico della regione della Foresta Nera, nella Germania del Sud, e con la Svizzera ha proprio poco a che fare.

A mettere i puntini sulle i ci pensa Oliver Scharpf, l’autore del libro “Lo chalet e altri miti svizzeri”, pubblicato dall’editore Capelli. Sono infatti ben altri i contributi dati dalla Svizzera alla qualità della vita dell’umanità. Molti sono conosciutissimi, come per esempio il famosissimo coltellino militare dai mille usi, il cioccolato a barre triangolari Toblerone, o il segreto bancario, una conquista sul cui valore però negli ultimi tempi i pareri sono discordi.

Altri prodotti dell’inventiva e della creatività elvetica con cui ci confrontiamo ogni giorno sono meno conosciuti. Chi sapeva per esempio che il pelapatate Rex è nato in Svizzera nel 1947? Si tratta di un oggetto

Lo chalet (foto cc toprural)

che riassume perfettamente una caratteristica tipica degli svizzeri: la parsimonia. In tedesco il pelapatate Rex viene chiamato “Sparschaler”, che si può tradurre con “pelapatate economico”. L’obiettivo del suo inventore, lo zurighese Alfred Neweczerzal era infatti quello di creare uno strumento che permettesse non solo di sbucciare le patate con poco sforzo, ma anche di minimizzare al massimo lo scarto. Può sembrar strano che nel paese più ricco del mondo ci si ponga il problema di risparmiare anche sulle patate, uno degli alimenti più convenienti che esistano. Ma forse è anche così, di patata in patata, che si diventa ricchi. Il pelapatate Rex viene esportato in tutto il mondo. Fino ad oggi ne sono stati prodotti 60 milioni di esemplari.

L'orologio delle stazioni svizzere (foto FFS)

Ispirandosi al famoso “Miti d’oggi” di Roland Barthes, il libro di Oliver Scharpf passa in rassegna i capisaldi dell’identità elvetica, da quelli culinari a quelli leggendari, indugiando anche sugli oggetti che incontriamo ogni giorno, ma che appartengono ad una quotidianità tipicamente svizzera. Come per esempio l’orologio delle stazioni, inventato nel 1944 da un ingegnere impiegato delle Ferrovie federali, che oggi viene ammirato per la sua efficace essenzialità, ed è esposto anche nella sezione dedicata al design del Museum of Modern Art di New York (non lontano dallo scooter Vespa e dall’elicottero Alouette).

Fra le figure ormai saldamente entrate nell’immaginario collettivo universale, il libro ricorda Guglielmo Tell, Heidi e Ursula Andress che esce in bikini dal mare per andare incontro a Sean Connery nel film “Agente 007 – Licenza di uccidere”. Michelle Hunziker figurerà nella prossima edizione.

Non mancano alcuni simboli forse meno conosciuti all’estero, ma che ad ogni svizzero ricordano immediatamente la Patria, come la Migros, la mucca Milka, l’Ovomaltina e l’autopostale giallo: lo sapevate che il clacson a tre note deriva dal movimento andante dell’ouverture del “Guglielmo Tell” di Rossini?

“Lo chalet e altri miti svizzeri” è una dotta carellata su alcune delle tessere che costituiscono il “mosaico Svizzera”. Un paese che pur non presentando i requisiti richiesti dalla definizione di nazione, come l’esistenza di una lingua, di una cultura, e di una etnia comuni, sopravvive da quasi 800 anni. Forse proprio grazie ai miti descritti nel libro di Oliver Scharpf.

Michele Andreoli

Oliver Scharpf, Lo chalet e altri miti svizzeri, Gabriele Capelli Editore

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