Scopri come le Bcc prosperano: tassi vantaggiosi e mutualità al top!

Crescita del patrimonio del 30% dal 2021 per le Bcc, rispetto al 7% degli altri istituti bancari. L’88% degli utili viene accantonato, solo l’1,5% distribuito ai soci, il 6,2% destinato a beneficienza e il 3% ai fondi mutualistici

I tassi di interesse e la mutualità hanno favorito un incremento della redditività e del patrimonio delle banche di credito cooperativo (Bcc) più marcato rispetto ad altri enti creditizi. Analizzando i dati semestrali di giugno e i bilanci del 2021 (l’ultimo periodo con tassi negativi), si osserva che le 218 Bcc attuali (114 Iccrea, 65 Ccb e 39 Ips Raiffeisen) hanno mostrato performance superiori rispetto agli aggregati dei 10 principali gruppi bancari.

Quest’anno, l’utile consolidato delle Bcc, previsto oltre i 3 miliardi, è quasi quadruplicato rispetto a tre anni fa (mentre le altre banche lo hanno triplicato), nonostante un aumento del margine di interesse del 64% (contro il 103% delle grandi banche). Grazie all’accumulo degli utili in riserve indivisibili, nelle Bcc il patrimonio (26 miliardi) è cresciuto del 30% (contro il 7%) e il Cet1 è passato dal 19,5% al 23,7%. Per i primi 10 gruppi bancari, invece, è rimasto stabile al 15% a causa dell’elevato pay-out degli utili ai soci sotto forma di dividendi e riacquisti di azioni.

Nel settore del credito cooperativo, la raccolta da clientela è aumentata del 7% (contro il 3%), mentre la componente a vista ha registrato una flessione dell’11% (contro il -14% delle grandi banche). I finanziamenti sono cresciuti del 4% (contro il -4%), e il costo annuo del credito è sceso dall’1,2% allo 0,24%. La copertura dei crediti deteriorati è migliorata dal 65% al 75% (scendendo dal 53% al 51% per le grandi banche), riducendo l’incidenza degli Npl netti sugli impieghi dal 2,3% all’1% (rispetto al calo dal 1,9% all’1,3%) e sul patrimonio (Texas ratio) dal 16,7% al 5,8% (dal 13,9% al 9% per le altre banche).

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La situazione non cambia per le filiali. Mentre i grandi gruppi bancari hanno ridotto il numero di sportelli da 12.118 nel 2021 agli attuali 10.725 (-11%), le Bcc mostrano ora 4.088 filiali rispetto alle precedenti 4.148 (-1%), con un bilancio quasi in pareggio nel 2024: 43 aperture contro 45 chiusure. Gli sportelli del credito cooperativo rappresentano il 20,4% del totale delle filiali bancarie, con una presenza più marcata in Trentino-Alto Adige (61%), Friuli Venezia Giulia (39%), Veneto (30%) e Marche (30%).

La biodiversità bancaria è evidente dal fatto che il 59% delle filiali Bcc si trova in comuni con una popolazione inferiore ai 15.000 abitanti, rispetto al 36% delle altre banche. Inoltre, le Bcc rappresentano l’unica istituzione bancaria in 741 comuni (con una popolazione complessiva di 2,3 milioni di persone), prevalentemente in Trentino-Alto Adige (160 comuni), Lombardia (147) e Veneto (105).

Gli elevati utili talvolta creano imbarazzo agli amministratori delle Bcc, date le loro nature cooperative con prevalente mutualità e senza scopi di speculazione privata. Tuttavia, le condizioni potrebbero essere meno problematiche per le banche che, come richiesto dalla Banca d’Italia il 15 febbraio 2023, hanno ripristinato per i correntisti condizioni di spese e remunerazione delle giacenze più favorevoli, precedentemente peggiorate a causa dei tassi negativi, giustificazione non più valida dal luglio 2022.

Anche i soci potrebbero lamentarsi. Le Bcc, essendo cooperative, mirano al vantaggio mutualistico e, di conseguenza, dovrebbero offrire ai soci (a tutti i soci, per mantenere il principio di parità di trattamento stabilito dall’articolo 2516 c.c.) condizioni economiche più vantaggiose rispetto ai non soci o a quelle di mercato. Questo è fattibile, come confermato anche dalle Entrate con la risoluzione n. 45/E del 2012, quando le condizioni economiche della banca lo permettono senza comprometterne la continuità operativa.

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I bilanci 2023 dei gruppi Bcc hanno mostrato utili per 2,5 miliardi, con 2,2 miliardi accantonati a riserva (88%), mezzo miliardo in più del minimo di 1,7 miliardi (70%) imposto dal Tub. L’accantonamento include una riserva indisponibile di 525 milioni, in sostituzione dell’imposta di 210 milioni sugli extraprofitti. Ai fondi mutualistici per la cooperazione sono stati destinati 75 milioni (3% obbligatorio), mentre la parte dell’utile disponibile per altre destinazioni è scesa dal 27% al 9%, suddivisa tra beneficienza (154 milioni, 6,2%), copertura perdite (15,2 milioni, 0,6% da 16 Bcc) e riserva per il riacquisto di azioni proprie (11,9 milioni, 0,5% da 24 Bcc).

Ai soci sono stati distribuiti i rimanenti 37,8 milioni (1,5%): sotto forma di dividendi (20,5 milioni da 42 Bcc), rivalutazione delle azioni della banca (10,4 milioni da 14 Bcc) e ristorni (6,9 milioni da 7 Bcc). Forse le Bcc, considerando i risultati ottenuti, avrebbero potuto essere più generose con i soci. È vero che chi diventa socio di una Bcc non lo fa per speculare, ma per usufruire dei servizi e delle relazioni di una banca che apprezza per il suo operato e i suoi fini, partecipando attivamente alla vita della società. Tuttavia, per il socio, quando possibile, il vantaggio economico (sia ex ante che ex post) rimane una legittima aspettativa. Per il resto, i vincoli vigenti limitano già i dividendi a un mero interesse sul capitale (entro il rendimento dei Bpf +2,5%) e impediscono la realizzazione di plusvalenze sulle azioni, consentendo solo la loro rivalutazione Istat per adeguare nel tempo il valore nominale a quello reale.

Solo 7 Bcc hanno riconosciuto ristorni ai soci. Benché quasi tutte le Bcc offrano ai soci condizioni di vantaggio ex ante su alcuni rapporti, è importante ricordare che con i ristorni gli amministratori possono proporre all’assemblea di riconoscere ai soci, in aggiunta ed ex post, anche una parte dell’utile (massimo il 13,5%) in proporzione alla redditività derivante dall’operatività con i soci. Questa è una soluzione di sana e prudente gestione che premia, con criteri uniformi, tutti i rapporti dei soci e tutti i soci. E che, assegnando interamente i ristorni in azioni della banca, consente anche di rafforzare il patrimonio al pari delle riserve.

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Entro il 31 marzo 2019 doveva essere emanato il Decreto attuativo della vigilanza cooperativa sulle Spa capogruppo dei gruppi bancari cooperativi (ex art. 20-ter del Dl 119/2018). Il provvedimento, atteso inutilmente da oltre 5 anni (evidentemente a nessuno più interessa), è necessario per assicurare che l’esercizio di ruolo e funzioni delle capogruppo sia coerente con le finalità mutualistiche delle Bcc, garantendo la natura mutualistica del credito cooperativo e il relativo regime fiscale di vantaggio (che ora rischia di essere indirettamente intaccato dalla nuova Global Minimum Tax). Nel luglio 2019 il ministero (allora Mise, ora Mimit) annunciava l’imminente firma del provvedimento e la sua trasmissione al Mef (per il concerto) e alla Banca d’Italia (per il parere). Poi, qualcosa è andato storto. E il silenzio è calato, anche da parte dell’associazione di categoria.

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