Nei Grigioni l’epoca longobarda si ritrova nei cognomi

Lo stemma del Canton Grigioni

Nelle valli italofone dei Grigioni continua a vivere il retaggio di un lontano passato. Molto diffusi i cognomi di matrice longobarda.

È ammirevole l’intensità con cui i Grigionesi vivono la loro storia: va subito segnalato il professor Aureliano Marcellino Zendralli, figura di grande impegno civile e storico, personalità meritoria per il suoi sforzi di unità che ancor oggi si riverberano a vantaggio delle comunità di Bregaglia, Poschiavo e Mesolcina. È lui a coniare il nome di Grigioni italiano. Voleva richiamare alla necessità di collaborare a fondo tra le Valli di lingua italiana. Questo, il senso profondo della formula che nei duri frangenti del 1914-1918 lancia badando ad usare italiano al singolare per appunto insistere sull’unità. È un nome radicato da secoli quello dei Zendralli: diedero molte figure di rilievo derivando probabilmente da «genero», il figlio acquisito in una famiglia nobile.

Molte le matrici longobarde nei cognomi grigionesi, anzi grigioni (come è il titolo ufficiale). Vedi, nella sua concretezza, la gente del luogo percepire in Gardinell il significato di «piccoli posti di guardia»; cfr. la longobarda Garda, «il posto di guardia» che venne eretto sul lago di Garda. Per i nomi delle famiglie: a Marca, di Mesocco, che furono nobili preposti all’amministrazione e difesa della Marca, del territorio di confine (germanico mark, zona dell’impero che sta sui confini e per questo richiede un’elevata sorveglianza; cfr. in Italia le Marche).

Altre famiglie recano tracce longobarde, quali i Lampietti (radicati a Mesocco quanto meno dal 1400; da Lamprecht, a sua volta da land come «paese»), i Lanzoni (documentati sin qui a Mesocco dal 1619 ma certo retrodatabili, dal germanico Lanz), i Rigonalli di Calanca «in sé i discendenti di Enrico» (a sua volta dal germanico «ricco di famiglia»).

In Calanca erano e sono attivi i Zibetta, i Bertossa, gli Spadini (di Augio, Rosa e Sema, già documentato almeno nel tardo Cinquecento; erano fabbricatori di spade). E vedi i Posca (patrizi di Leggia), forse dall’antico motto popolare per cui posca era il vinello: cfr. i Mangiavini «mangia vino», i Bevilacqua (a persone inclini al rosso…) e vedi Boileau, il grande scrittore francese (il cui nome recava un invito analogo: bois l’eau). Certo è che gli Zibetto di Castaneda, già documentati dal primo Seicento, muovono dal nome di una donna: Elisabetta. Solo un inciso: Calanca e Calancasca (il fiume che scorre in Calanca) sono parole prelatine ma non a causa di –asca. Cfr. i calanques, gli speroni di roccia della Francia e di altre località dirupate.

Il nome venne, nel nostro caso, dato prima alla valle ricca di rocce, poi esteso al fiume. Per indicare la dipendenza, i locali usarono il suffisso –asca che incontriamo in decine di casi (da Intra, la val Intrasca, (La)vertezzasca (poi Verzasca) la valle che ha come capoluogo Lavertezzo, Bondasca, la valle che in Bregaglia, si apre nei pressi di Bondo). Quanto conta è tener presente che –asco,–asca non indica per nulla che ci troviamo di fronte a parola celtica o addirittura ligure. Il suffisso venne usato per secoli, anche in periodi molto più vicini a noi: sì che non è lecito abbandonarsi a giudizi «storici» quali si odono talora.

Bello ricordare almeno gli Oliva e i Marghitola. La figura di Oliviero, il saggio compagno d’armi di Orlando penetra ben presto nell’immaginario di nobili (e poi anche di persone più semplici). Ciò lancia quel nome di Oliviero che conosciamo. Ma si costruì anche un femminile: Oliva, che qui piace ricordare per il sec. XII a Coira: Oliva soror; poi a Mesocco nel 1313. Un nome, quello di Oliva (dato sulla base della madre) che doveva durare nei secoli, non solo nei Grigioni. Altro nome femminile: i Marghitola patrizi di Landarenca (documentati almeno dal 1420) e i Malgarola di Lostallo (1437). Anche qui veniva evocata una donna, e non certo una malga «Alphütte» come qualcuno ha scritto.

Era un riferirsi a Margheritola, diminutivo di Margherita, una delle sante più venerate in periodi medievali. Altri cognomi delle zone grigioni, di «marca» maschile questa volta, sono Albertolli, patrizi di Roveredo (almeno dal 1487-88, molti saranno attivi come costruttori e magistrati: Santi), Lardi e Lardelli (almeno dal 1380; da Gerhard, Gerhart, da ger «spada», Lanfranchi, pure essi di Poschiavo, da land «paese» e frei «libero», poi divenuti anche Lanfranconi > Fanconi), i Semadeni (originari di Samedan).

Un accenno alla località di Stalla Rosa Verscia «la stalla di Rosa guercia» (che viene scritto Verza in alcuni documenti; RN 2. 604), località che alcuni ti indicano ancora a Verdabbio. Si capisce (guercia, verscia «la donna che vede male») che il (poco gradevole) nome venisse presto abbandonato.Via via giungeranno altre famiglie come i Polti (che mantengono in sé l’eco del nome di persona e poi di famiglia Ippolito) e come i Peduzzi, la cui qualifica si innesta profonda nel periodo longobardo. Era nome di specialista, riservato ai magistri di Intelvi e del Lago di Lugano, provetti nell’ideare e scalpellare le basi (peduzzi, piccoli piedi) delle colonne di sostegno di castelli, rocche e case.

Ottavio Lurati

(per gentile concessione di AZIONE, settimanale di Migros Ticino)