Il presidente USA discute di “guerra conclusa” ma esprime dubbi su un accordo con l’Iran. Il prezzo del Brent supera i 108 dollari a causa dell’incertezza sulle forniture di petrolio. Le azioni di una nota azienda farmaceutica salgono dopo l’annuncio di un’offerta pubblica di acquisto da parte di Cvc
(Il Sole 24 Ore Radiocor) – L’ambiguità riguardante la situazione bellica tra USA e Iran influisce negativamente sui mercati azionari europei, che non mostrano segni di una prossima pacificazione. A un mese dall’esordio del conflitto nel Medio Oriente, persistono preoccupazioni riguardanti l’approvvigionamento energetico globale dovute alla chiusura dello Stretto di Hormuz, con il Brent che registra un aumento del 5,9%, raggiungendo i 108 dollari al barile.
Tra le richieste di Washington e le contromisure di Teheran, «un’intesa entro il weekend, termine ultimo dell’ultimatum di Trump, sembra improbabile, con gli attacchi che continuano», prevedono gli esperti. Le dichiarazioni del magnate, frustrato dalla NATO, non aiutano: ha prima intimato ai negoziatori iraniani di «prendere la situazione sul serio prima che sia troppo tardi» e successivamente ha messo in dubbio il suo interesse per un accordo, menzionando la possibilità di controllare il petrolio di Teheran come un’opzione. Queste affermazioni sono state parzialmente mitigate dall’inviato speciale Steve Witkoff, che ha parlato di «segnali positivi» per un accordo con l’Iran.
«Data la situazione, un accordo entro il weekend sembra poco probabile, con gli attacchi in corso e un sentiment negativo tra gli investitori», osservano gli analisti di Mps. Secondo quanto riportato dal sito Axios, il Pentagono starebbe valutando opzioni militari per un “attacco decisivo” contro l’Iran, che potrebbero includere l’uso di truppe terrestri e una vasta campagna di bombardamenti.
Nel frattempo, si stanno valutando gli impatti economici del conflitto: l’Ocse ha avvertito che la guerra nel Golfo sta mettendo a dura prova la resilienza economica globale, ma ha anche rivisto al rialzo le previsioni di crescita del PIL USA al 2%, rispetto all’1,7% di dicembre. Ha inoltre aumentato le stime sull’inflazione americana, prevista al 4,2% per quest’anno (dal 3% stimato a dicembre e +2,1% nel 2025). Quest’ultima prospettiva sta spingendo in alto i tassi sui Treasury, insieme alle recenti minacce di Trump.
Anche a Wall Street gli indici sono in calo, aggravati dall’aumento dei prezzi del petrolio, mentre gli investitori seguono gli ultimi sviluppi dal Medio Oriente.
Il Dow Jones scende dell’1,01% a 45.959,43 punti, l’S&P 500 perde l’1,72% a 6.478,41 punti, e il Nasdaq scende del 2,38% a 21.408,08 punti.
Il presidente Donald Trump ha scritto in un post su Truth Social che l’Iran «farebbe bene a prendere seriamente la situazione quanto prima, prima che sia troppo tardi, perché non ci sarà possibilità di tornare indietro, e questo non sarà piacevole». Intanto, i Paesi del Golfo hanno emesso una dichiarazione congiunta condannando gli attacchi “criminali” dell’Iran contro le loro infrastrutture energetiche, dichiarandosi pronti a difendersi in futuro.
Nel settore tecnologico, le azioni delle aziende produttrici di chip di memoria sono in ribasso dopo l’annuncio del nuovo modello di intelligenza artificiale di Google, che, secondo l’azienda, potrebbe diminuire la quantità di memoria necessaria per gestire modelli linguistici avanzati. In calo Sandisk, Micron Technology, Western Digital e Seagate Technology. Anche Alphabet Classe A (Google) registra perdite. Qualcomm subisce una flessione dopo che Bernstein ha ridotto il suo rating, citando le difficoltà nel settore delle memorie.
Sul fronte macroeconomico, i dati sui sussidi settimanali alla disoccupazione sono in linea con le aspettative. Nell’ultima settimana, le nuove richieste sono state 210.000, 5.000 in più rispetto alla settimana precedente, come previsto.
I prezzi dell’energia tornano a salire a causa dei nuovi timori di un conflitto prolungato in Iran, che potrebbe influire ulteriormente sulle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz. Nonostante la proposta di pace degli USA, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che Teheran non ha alcuna intenzione di avviare colloqui per terminare le ostilità, mentre Trump ha affermato che l’Iran sta implorando gli USA per un accordo. Di conseguenza, dopo i cali dei giorni scorsi, i prezzi sia del petrolio che del gas sono in rialzo.
In generale, per gli analisti il piano in 15 punti proposto dal presidente Donald Trump all’Iran tramite il Pakistan presenta condizioni difficili da accettare per la Repubblica Islamica, come l’eliminazione delle scorte di uranio altamente arricchito e la limitazione del programma missilistico. Anche se le trattative dovessero avere luogo, la volatilità dei prezzi del petrolio potrebbe continuare. «Il nostro scenario di base prevede un conflitto continuo e un’interruzione dello Stretto di Hormuz per 4-6 settimane, prima dell’inizio serio delle trattative», ha affermato Eric G. Lee di Citi Research.
In calo anche i metalli preziosi, con l’oro che si attesta intorno ai 4.400 dollari l’oncia e l’argento sotto i 69 dollari.
Sul mercato valutario, l’euro si muove intorno a 1,15 dollari, con il dollaro che mostra un leggero apprezzamento rispetto alle principali valute. Gli investitori, probabilmente, «temono un possibile intervento da parte della Banca Centrale dopo i recenti avvertimenti», secondo gli analisti di Mps.
I rendimenti sui titoli di stato europei sono in aumento dopo una pausa il giorno precedente, con la diminuzione della speranza per un accordo in Medio Oriente. Restano invariate le aspettative sulle banche centrali con tassi fermi per la Fed e tre rialzi per la BCE. «In questo contesto – dicono gli analisti di Mps – non hanno aiutato le dichiarazioni di Christine Lagarde, secondo cui la BCE è pronta ad agire “decisamente e rapidamente” se lo shock energetico dovesse causare un superamento significativo dell’inflazione sopra il target, anche se non troppo persistente». Il mercato prevede pienamente un rialzo a giugno, mentre per aprile la probabilità è circa del 66%.
L’incremento dello spread tra BTp e Bund chiude la sessione a 94 punti base, rispetto agli 88 punti della chiusura di martedì. Il rendimento del BTp decennale di riferimento ha registrato un’ultima posizione al 4%, rispetto al 3,83% della chiusura precedente.
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