Focus sul settore petrolifero, in particolare lo shale oil negli USA e la raffinazione, mentre l’investimento nel carbone aumenta, spinto prevalentemente dalla domanda energetica di Cina e India. Pechino, inoltre, è leader nello sviluppo di energie rinnovabili
Da alcuni anni, gli investimenti nelle energie rinnovabili hanno superato quelli nei combustibili fossili. Tuttavia, una novità del 2025 è la prevista riduzione degli investimenti in questi ultimi, che per la prima volta dal periodo del Covid dovrebbero diminuire del 2% a livello mondiale, scendendo a circa 1.100 miliardi di dollari. Questa riduzione è attribuita principalmente al settore petrolifero e, più in generale, al restringimento degli investimenti nei paesi industrializzati, un fenomeno legato sia alla decarbonizzazione che agli attuali scenari economici incerti.
Di conseguenza, i combustibili fossili sono sempre più una prerogativa dell’Asia, con Cina e India in testa per il carbone e il Medio Oriente per lo sviluppo del settore petrolifero.
Quest’ultimo, a livello mondiale, ha subito un notevole rallentamento, con un calo degli investimenti di almeno il 6% quest’anno, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). Escludendo il 2020, anno della pandemia, questa sarebbe la contrazione più marcata dal 2016, quando il prezzo del barile era crollato sotto i 30 dollari.
Considerando che i costi sono aumentati rispetto al 2024, la contrazione è ancora più significativa e potrebbe avere un impatto notevole sull’offerta futura di petrolio: con la stessa spesa, si ottiene meno di quanto si otteneva in passato. Inoltre, l’AIE avverte che le sue previsioni, basate sui piani annunciati dalle compagnie, potrebbero essere riviste al ribasso: il Brent, attualmente a circa 65 dollari, ha già perso oltre il 20% dall’inizio dell’anno, e la situazione potrebbe peggiorare a causa della guerra commerciale e delle politiche dell’OPEC.
«Il rapido cambiamento dello scenario economico e commerciale suggerisce che alcuni investitori stiano adottando una strategia di attesa prima di approvare nuovi progetti», commenta il direttore dell’AIE, Fatih Birol, convinto che in questa fase di incertezza la sicurezza energetica sia un «fattore chiave» nella definizione delle priorità.
Forse anche per questo motivo, è principalmente il settore petrolifero a subire un rallentamento negli investimenti nel settore Oil & Gas. Per l’upstream, si prevede una diminuzione a 570 miliardi di dollari (-4%), ma per il gas si prevede una relativa stabilità, sostenuta dal fatto che gli investimenti in nuovi impianti di GNL continuano a crescere: «La traiettoria è decisamente in aumento», sottolinea l’AIE, prevedendo che «tra il 2026 e il 2028 il mercato globale del GNL vivrà la maggiore crescita di capacità mai registrata prima», trainata da Stati Uniti e Qatar.
Negli Stati Uniti, in particolare, si prevede la più forte riduzione assoluta degli investimenti nei fossili: -10% nelle aree di shale oil, dove le operazioni sono più flessibili e più sensibili alle variazioni di prezzo che alle pressioni politiche per intensificare le trivellazioni.
Anche le grandi compagnie petrolifere occidentali stanno riducendo i loro investimenti, tagliando per la prima volta dal 2021 il capitale di esplorazione (capex) a livelli «ben al di sotto del 2015» e per il terzo anno consecutivo inferiori a quanto invece redistribuito agli azionisti sotto forma di dividendi e riacquisto di azioni.
Nel settore Oil & Gas, le compagnie statali del Medio Oriente e dell’Asia in generale ora rappresentano il 40% degli investimenti upstream, rispetto al 25% nel 2015. Le compagnie nazionali del petrolio del Medio Oriente, tra cui Saudi Aramco, superano da sole il 20%, un record storico.
Per quanto riguarda la raffinazione del petrolio, gli investimenti nel 2025 crolleranno ai minimi degli ultimi dieci anni a livello mondiale, sotto i 30 miliardi di dollari: qualche nuovo impianto verrà inaugurato nei paesi emergenti, ma l’aumento di capacità (1,1 milioni di barili al giorno, principalmente in Cina e India) sarà quasi completamente compensato da ulteriori chiusure in Nord America ed Europa. Di conseguenza, la crescita sarà quasi nulla.
Cina e India sono anche i principali responsabili dei nuovi investimenti nel carbone, motivo per cui questi continueranno a crescere anche nel 2025: sebbene “solo” del 4% sul fronte delle estrazioni, contro un tasso medio annuo del 6% negli ultimi cinque anni. Questo sviluppo è necessario per soddisfare la crescente domanda interna di energia: un’enorme necessità energetica, che richiede qualsiasi fonte disponibile, anche la più inquinante.
Solo nel 2024, Pechino ha autorizzato nuove centrali a carbone per quasi 100 Gigawatt, anche se – osserva Birol – «abbiamo notato che il tasso di utilizzo è diminuito rispetto al passato, vengono utilizzate principalmente quando devono affrontare sfide significative nel soddisfare la domanda di elettricità», ad esempio in periodi di caldo o freddo estremi.
La Cina, d’altra parte, continua a guidare lo sviluppo di fonti e tecnologie a zero emissioni. Gli investimenti in energie pulite sono notevolmente aumentati: «Nel 2015, i suoi investimenti in energia hanno superato di poco quelli degli Stati Uniti, oggi spende il doppio dell’Unione europea e quasi quanto l’UE e gli USA insieme», ricorda il direttore dell’AIE.
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