Documento dell’Ente regolatore del 15 settembre scuote le fondamenta dell’accusa di un accordo segreto tra Milleri, Caltagirone e Lovaglio
Svolta nel caso Mps Mediobanca: l’Authority nega l’esistenza di un “patto occulto” tra i soci Delfin e Caltagirone e l’assenza di “concertazione” con Siena. Un report della divisione di sorveglianza emittenti di Consob, datato 15 settembre 2025, demolisce le accuse di un presunto accordo segreto tra Francesco Milleri, presidente di Delfin, Francesco Gaetano Caltagirone, fondatore dell’omonimo gruppo, e Luigi Lovaglio, CEO di Mps, per il controllo di Mediobanca e Generali evitando l’OPA su Piazzetta Cuccia. Il documento, inviato alla Procura di Milano, contraddice completamente le teorie investigative, negando ogni concertazione e, di conseguenza, indebolendo le basi dell’inchiesta che ha recentemente scosso Mps e Mediobanca, portando a speculazioni di mercato su una possibile OPA obbligatoria sulle Assicurazioni Generali.
L’indagine era iniziata il 5 marzo 2025, seguendo numerosi esposti presentati dall’ex CEO di Mediobanca Alberto Nagel, che cercava di bloccare l’Offerta Pubblica di Scambio avviata a gennaio da Mps sulla banca di Piazzetta Cuccia. Nagel sosteneva che Delfin e Caltagirone, non avendo cambiato gli assetti di controllo e di governance di Mediobanca e Generali negli ultimi tre anni, avessero intrapreso un’azione concertata con e su Mps, coinvolgendo anche il Ministero dell’Economia, per acquisire un’influenza dominante su Mediobanca e Generali. Inoltre, Mediobanca aveva segnalato un “patto occulto esteso” anche agli enti previdenziali Enpam e Enasarco.
Dopo sei mesi di indagini e audizioni, l’Autorità di vigilanza ha concluso che “nessuna delle condotte segnalate da Mediobanca – prive di qualsiasi supporto probatorio – sembra caratterizzata da profili di criticità o allarmismo” e, che, “sulla base dei controlli effettuati, non emergono evidenze sufficienti e necessarie per attestare l’esistenza di un’azione concertata tra i soci Delfin, Caltagirone e il Mef tramite Mps, né di un conseguente obbligo di OPA su Mps e su Mediobanca”. Di conseguenza, le recenti perdite del 14% nei titoli di Mps, dovute a presunte manipolazioni di mercato e ostacoli all’autorità di vigilanza, risultano infondate secondo i risultati della vigilanza di Consob. In particolare, non sono stati identificati accordi verbali o scritti, né espressi né taciti, tra le parti menzionate, che potrebbero rappresentare la base di un’intesa consensuale che definisca l’azione concertata; né sembra possibile dedurre tali accordi da indizi, attraverso l’analisi di comportamenti allineati tra Milleri, Caltagirone e Mps.
Consob spiega che le azioni di Delfin e Caltagirone, pur essendo allineate, non sembrano sufficienti a dimostrare una linea di azione concordata con l’obiettivo specifico di controllare Mediobanca e Generali, attraverso l’OPA su Mediobanca, essendo piuttosto coerenti con il perseguimento di interessi economici personali di ciascun azionista, indipendenti e diversi dall’intento di acquisizione e gestione congiunta del controllo. Inoltre, il piano per l’acquisizione di Mediobanca era già stato delineato dal CEO di Siena Luigi Lovaglio ben prima dell’arrivo dei grandi soci privati nel capitale di Mps, dimostrando che l’operazione di fusione Mps con Mediobanca era considerata tra le varie opzioni di sviluppo di Mps già alla fine del 2022, escludendo quindi che tale strategia fosse il risultato esclusivo di un accordo preesistente tra le parti per acquisire un’influenza dominante su Mediobanca-Generali, come suggerito dagli esposti di Mediobanca.
In sintesi, Consob conclude che “non emergono elementi fattuali, documentali, probatori o indiziari che consentano di attestare, nel caso specifico e allo stato attuale, l’esistenza di un’azione concertata” né “l’esistenza di un patto occulto tra Delfin e Caltagirone, Mps e il Mef per il controllo di Mps e/o Mediobanca”. Ovviamente, il rapporto di Consob riflette la situazione a metà settembre e non considera alcuni aspetti dell’indagine penale ancora in corso di valutazione. Resta da vedere se ci saranno ulteriori sviluppi. Tuttavia, appare improbabile che una telefonata, in cui Francesco Gaetano Caltagirone chiede a Luigi Lovaglio “Ma lei è il grande comandante? Come sta?” e l’altro risponde “il vero ingegnere è stato lei, io ho solo eseguito l’incarico”, possa dimostrare il contrario di quanto documentato da Consob in sei mesi di vigilanza, indagini e audizioni. È certamente un esempio di come, in certi contesti, un CEO possa riconoscere un ruolo significativo a un azionista importante, nel momento di condivisione di un successo aziendale. Naturalmente, su questo punto le opinioni possono variare. Il “concerto” è nell’orecchio di chi ascolta.
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