Il CEO di Tim, Pietro Labriola: «Tre operatori non equivalgono a un monopolio». L’Europa deve osare di più. Tim emette un bond da 500 milioni con una domanda sette volte superiore all’offerta
Dalle istituzioni europee giunge un messaggio inequivocabile: il settore delle telecomunicazioni chiede all’Unione Europea di adottare regolamenti più audaci e meno restrittivi. Pietro Labriola, CEO di Tim, ha esposto chiaramente questa richiesta durante l’evento ConnectEurope, organizzato dal Financial Times, affermando: «Permetteteci di consolidare e ci impegneremo maggiormente sugli investimenti».
Le dichiarazioni di Labriola evidenziano un argomento di rinnovato interesse che da tempo anima il dibattito nel settore telecomunicazioni, sottolineando l’urgenza di agire.
L’elemento chiave è una chiara visione industriale: «È il momento di prendere decisioni significative». Il panorama del mercato europeo mostra una realtà di troppi operatori, frammentati e limitati da normative obsolete che non rispondono alle sfide del contesto globale. «Avere tre operatori non significa creare un monopolio. La nostra proposta è quella di ridurre il numero degli operatori da quattro a tre», ha precisato Labriola, nel tentativo di superare gli ostacoli che hanno finora impedito a Bruxelles di accogliere le richieste del settore delle telecomunicazioni europee.
Non solo Labriola ha portato avanti questa linea. Anche Margherita Della Valle, CEO del Vodafone Group, ha parlato con forza: «Abbiamo bisogno di due principali cambiamenti. Dobbiamo assicurare che le nostre politiche sulla concorrenza e gli investimenti di valore non compromettano in alcun modo la tutela dei consumatori. Inoltre, è necessario iniziare a eliminare gli ostacoli che frenano il mercato unico». La contraddizione è evidente nei numeri citati dalla CEO Della Valle: meno del 2% dei consumatori europei ha accesso al 5G standalone, a fronte del 24% negli Stati Uniti e più dell’80% in Cina. «Questo è il problema. Abbiamo bisogno di reti migliori», ha insistito.
Tuttavia, secondo Labriola, l’Europa rimane prigioniera della propria burocrazia. Riguardo al consolidamento del settore, ha espresso scetticismo: «Non sono ottimista, ne discutiamo da un anno», ha commentato, ricordando che nel settore delle telecomunicazioni «le nostre aziende sono quotate in borsa e devono generare profitto. Quando un’azienda quotata genera profitto, i creditori sono più inclini a investire in innovazione e tecnologia. Negli ultimi tre o quattro anni, forse anche di più, questa formula non ha funzionato come dovrebbe».
L’Europa, con la sua eccessiva regolamentazione, si contrappone a continenti che avanzano rapidamente. Il messaggio è chiaro: sono necessarie dimensioni industriali adeguate per competere con i giganti americani e cinesi, dalla tecnologia di rete al cloud (qui Labriola sottolinea la necessità di regole che preservino la sovranità nazionale), fino all’intelligenza artificiale.
Ieri, un segnale positivo è giunto per Tim dai mercati finanziari. La società ha emesso con successo un bond senior unsecured di 500 milioni di euro a tasso fisso, della durata di cinque anni, con una domanda che ha superato sette volte l’offerta (oltre 250 investitori istituzionali). «Questa emissione – ha specificato Labriola – conferma la solidità della strada che stiamo percorrendo. Il rendimento, fissato al 3,625%, è inferiore al costo medio attuale del debito e lo spread sul tasso di riferimento rappresenta il più basso rispetto a tutti i bond emessi dal nostro gruppo negli ultimi 15 anni. Grazie alla riduzione del debito, in due anni abbiamo più che dimezzato il rendimento rispetto all’ultima emissione obbligazionaria».
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