Campari sotto shock: Sequestrate azioni per 1,2 miliardi!

Azioni legali contro la holding lussemburghese Lagfin per frode fiscale e responsabilità amministrativa

La vicenda giudiziaria ha preso una svolta decisiva con il sequestro di azioni ordinarie di Campari detenute da Lagfin, per un valore di un miliardo e 200 milioni di euro. Questo evento segna un punto cruciale nelle indagini avviate a Milano un anno fa, riguardanti l’evasione fiscale che ha seguito la fusione delle holding nel noto gruppo globale di aperitivi.

Il provvedimento è stato emesso a mercati finanziari chiusi, ed è stato diretto alla holding lussemburghese Lagfin, accusata di “dichiarazione fraudolenta mediante uso di artifici” e di “responsabilità amministrativa delle entità giuridiche”. Tra gli indagati figurano Luca Garavoglia, principale erede e capo del gruppo, e Giovanni Berto, responsabile della filiale italiana di Campari.

Le indagini sono state condotte dal nucleo Pef della Guardia di Finanza di Milano, partendo da un controllo fiscale. Gli investigatori sostengono che la famiglia Garavoglia non abbia pagato l’imposta di uscita derivante dalla fusione transnazionale tra Alicros, la precedente holding italiana con sede a Sesto San Giovanni (sotto la giurisdizione della procura di Monza), e Lagfin, con sede a Lussemburgo, che possiede il 51,3% delle azioni e il 38,8% dei diritti di voto della società olandese Davide Campari Milano NV.

Nonostante la fusione, la filiale italiana di Lagfin continua ad operare a Milano, occupandosi della gestione delle attività italiane del gruppo.

Il periodo al centro delle accuse, che il gruppo ha respinto, comprende gli anni 2018-2020.

La fusione per incorporazione tra Alicros, la holding italiana che aveva il controllo diretto del gruppo, e Lagfin, la holding lussemburghese, è stata effettuata nel 2018 dalla famiglia Garavoglia. L’obiettivo dichiarato dai vertici aziendali era quello di semplificare la struttura societaria, fondendo le due entità in un’unica azienda con sede in Lussemburgo e detentrice del 51% di Campari, il cui valore in Borsa supera i 4 miliardi di euro.

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Ulteriori indagini hanno rivelato che, in occasione della fusione, non sono state dichiarate le plusvalenze relative all'”exit tax”, ammontanti a oltre 5,3 miliardi di euro, accumulate dalla società italiana al momento della vendita a quella lussemburghese.

Inoltre, secondo gli investigatori, «il gruppo ha solo nominalmente trasferito gli asset detenuti dalla società italiana a una nuova filiale domestica, mentre la gestione effettiva del ramo finanziario veniva condotta dalla casa madre estera». Ciò indica che la fusione non era una necessità operativa ma un trucco per trasferire all’estero i beni.

L’inchiesta, attualmente focalizzata su aspetti fiscali, potrebbe portare a nuovi sviluppi.

Campari possiede un portafoglio di oltre 50 marchi che variano tra brand globali, regionali e locali. I marchi globali sono il principale interesse del gruppo e includono Aperol, Appleton Estate, Campari, Skyy, Wild Turkey e Grand Marnier. L’azienda, fondata nel 1860, è la sesta più importante nel settore degli alcolici a livello mondiale, con una rete distributiva che copre oltre 190 paesi, avendo posizioni di rilievo in Europa e nelle Americhe.

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