L’era Trump e il finanziamento di 12 miliardi di dollari al Progetto Vault per costituire riserve di terre rare e altri metalli strategici, ponendo gli USA come punto di riferimento globale
Le terre rare rappresentano il nuovo oro nero del secolo. Questa settimana, gli Stati Uniti hanno elevato la competizione per il controllo di questi e altri minerali essenziali, annunciando la creazione di una riserva strategica per difendersi dalle pressioni economiche cinesi.
Con l’iniziativa denominata Progetto Vault, Washington ha allocato una cifra impressionante di 12 miliardi di dollari, provenienti prevalentemente da fondi pubblici. Tuttavia, questo ambizioso piano potrebbe non raggiungere completamente i suoi obiettivi dichiarati e potrebbe complicare ulteriormente la situazione di approvvigionamento per l’Europa e altre regioni del mondo.
Acquistare materie prime considerate critiche senza passare dalla Cina è oggi quasi un’impresa ardua, specialmente quando si tratta di accumulare metalli già lavorati pronti per essere impiegati nei processi industriali in situazioni d’emergenza, come quella verificatasi nell’estate del 2025, quando alcuni stabilimenti automobilistici, inclusi quelli americani, dovettero interrompere la produzione a seguito delle restrizioni cinesi all’esportazione di terre rare.
Il predominio cinese
La Cina detiene il controllo sulla capacità di raffinazione globale di 19 dei 20 minerali strategici monitorati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), con una percentuale media del 70%, salendo oltre il 90% per le terre rare, il gallio, la grafite e il manganese. Oltre la metà di questi minerali è soggetta a qualche tipo di restrizione esportativa, come evidenzia l’AIE.
Anche per minerali fondamentali come il litio e il rame, di cui esistono giacimenti in diversi Paesi, la Cina controlla rispettivamente più del 60% e circa il 50% della capacità di raffinazione, creando un serio collo di bottiglia nelle catene di approvvigionamento.
Anche gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dalla Cina per quanto riguarda i minerali. La US Geological Survey (USGS), analizzando i dati del 2024, ha rilevato che gli USA dipendono completamente dall’estero per 12 dei 50 minerali ritenuti critici, mentre per altri 28, le importazioni coprono almeno il 50% del fabbisogno nazionale.
Tra i fornitori principali, la Cina e il Canada si distinguono, essendo la fonte di oltre la metà delle importazioni statunitensi per 21 minerali ciascuno. Seguono Germania (11), Brasile (10), e poi Giappone, Messico e Sudafrica, ciascuno con 7.
“Per anni, le aziende americane hanno rischiato di restare senza minerali critici durante le interruzioni di mercato,” ha affermato il presidente Donald Trump, annunciando il lancio del Progetto Vault. “Ora, proprio come abbiamo una riserva strategica di petrolio, stiamo creando un’altra per l’industria americana, così da evitare future carenze.”
Lo sviluppo della produzione
L’amministrazione Trump ha intrapreso iniziative anche su altri fronti, investendo centinaia di milioni di dollari per sostenere società minerarie e metallurgiche, in alcuni casi acquisendo partecipazioni azionarie.
L’ultima operazione, datata 26 gennaio, ha visto il Dipartimento del Commercio investire 1,6 milioni di dollari in USA Rare Earth, per accelerare l’apertura di una miniera di terre rare pesanti in Texas e di un impianto di produzione di magneti in Oklahoma.
In precedenza, erano state acquisite quote in MP Materials, Vulcan Elements, ReElement Technology, così come nelle canadesi Lithium Americas e Trilogy Metals. Probabilmente, l’elenco delle partecipazioni pubbliche crescerà ancora.
L’asse con gli alleati
Per promuovere lo sviluppo di forniture alternative alla Cina, l’amministrazione Trump sta cercando di collaborare con alcuni Paesi alleati. Mercoledì 4, ha organizzato a Washington un vertice con ministri di 55 nazioni diverse, che si è concluso con un accordo per “esplorare un’iniziativa multilaterale con partner simili sul commercio di minerali critici.”
Il documento finale, firmato da UE e Giappone, prevede tra le altre cose un coordinamento per stabilire prezzi minimi alle frontiere (per evitare il dumping cinese) e accordi per “zone franche” dove scambiare minerali critici a condizioni vantaggiose.
Per ora, non ci sono stati sviluppi concreti, anche se la reazione immediata di Pechino, con un comunicato del ministero degli Esteri che critica ogni iniziativa “che minacci l’ordine economico e commerciale internazionale stabilendo regole per un gruppo ristretto,” non si è fatta attendere.
Anche a fronte di Project Vault, Pechino ha risposto, sebbene indirettamente, annunciando di voler intensificare l’accumulo di rame nelle proprie riserve strategiche, che detiene da anni ma di cui di solito fornisce poche informazioni.
Il significativo incremento di risorse che gli USA intendono destinare a queste scorte ha attirato l’attenzione di molti. Washington possiede già riserve di materiali strategici a scopi militari, conservate dalla National Defence Stockpile (NDS) dal 1939: le ultime cifre ufficiali parlano di 53 materie prime diverse, stoccate in nove depositi, con un valore stimato da Bmo Capital di 13 miliardi di dollari. Recentemente, il Pentagono ha acquisito 400 tonnellate di indio in tre anni, attraverso un contratto da 125 milioni con due aziende (AIM Products e Indium Corporation).
Usa pigliatutto
Con il Progetto Vault, gli acquisti diventeranno molto più intensi: quasi 12 miliardi di dollari, di cui 10 miliardi dalla Ex-Im Bank, diventano centrali nelle politiche dell’amministrazione Trump, una somma “ampiamente sufficiente per acquistare ogni singolo grammo di minerali critici consumati in un anno fuori dalla Cina,” riflette David Fickling, analista di Bloomberg.
L’AIE stima che basterebbero 800 mila dollari per accumulare riserve di gallio pari a sei mesi di importazioni di tutti i Paesi dell’OCSE (con qualche precauzione, dato che il gallio si fonde a soli 30 gradi). Il costo per una riserva simile di terre rare e magneti è stimato intorno ai 90 milioni, secondo lo stesso studio, e circa 300 milioni per l’idrossido di litio (che è delicato, tendendo a evaporare e a soffrire l’umidità).
Acquisti di questa portata rischiano di lasciare gli altri Paesi a bocca asciutta, oppure di costringerli a sviluppare una nuova forma di dipendenza da Washington come unica alternativa per diversificare l’approvvigionamento dalla Cina.
È successo qualcosa di simile con il gas, quando abbiamo sostituito le forniture russe con il GNL “made in USA”. E si sta muovendo nella stessa direzione anche con il petrolio venezuelano: di nuovo disponibile per tutti, ma solo se acquistato tramite intermediari statunitensi.
L’Europa, a differenza di Giappone e Corea del Sud, non dispone di una propria riserva strategica di minerali. Secondo uno studio della BCE, attualmente acquista terre rare principalmente attraverso intermediari statunitensi: solo poche grandi aziende, tra cui Airbus e BASF, si riforniscono direttamente dalla Cina. La competizione per gli acquisti futuri rischia di diventare sempre più feroce, costringendo a compromessi sui prezzi o su altri aspetti.
Il paragone con le scorte petrolifere fatto da Trump non è del tutto appropriato: nell’ambito dell’OCSE queste vengono accumulate seguendo regole comuni e, in caso di emergenze, è prevista una gestione coordinata affidata all’AIE fin dagli anni ’70, quando l’agenzia parigina fu istituita in risposta allo shock dell’embargo arabo. Oggi, però, gli Stati Uniti sembrano avere un approccio diverso.
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