Le numerose imposizioni fiscali raggiungono una tassazione degli investimenti vicina al 43%
Nel corso degli ultimi quindici anni, il risparmio degli italiani è diventato una fonte sempre più significativa di entrate fiscali per lo Stato, attraverso l’introduzione di maggiori oneri fiscali su varie attività finanziarie. Un esempio è l’imposta di bollo, che dal 2011 è stata più volte incrementata tramite decreti d’urgenza per allontanare l’Italia da possibili crisi economiche profonde. Questa tassa, originariamente concepita come una semplice imposta cartolare, si è trasformata in un vero e proprio prelievo patrimoniale che grava sui risparmi degli italiani, anche quando questi non generano redditi.
Inoltre, l’aumento delle tasse sulle attività finanziarie si è intensificato negli anni, anche con l’incremento delle aliquote sui redditi da capitale (attualmente variabili tra il 12,5% e il 26%), che colpiscono in modo sproporzionato e irrazionale i redditi finanziari. Il sistema fiscale attuale fa una distinzione tra “redditi di capitale” e “redditi diversi”, non permettendo una compensazione sistematica tra guadagni e perdite derivanti dall’uso di differenti strumenti finanziari.
Questo limite crea, di fatto, una situazione in cui il prelievo fiscale effettivo è superiore al 26% previsto per la maggior parte degli strumenti finanziari e superiore all’aliquota ridotta del 12,5% applicabile ai titoli di Stato e simili. La mancata comunicazione tra “redditi di capitale” (entrate regolari dall’investimento, come interessi e dividendi, oltre alle plusvalenze generate da fondi comuni e ETF) e “redditi diversi” (plusvalenze derivanti dalla differenza tra il prezzo di vendita e il costo di acquisto di altri strumenti finanziari) porta a situazioni paradossali per i risparmiatori tassati. Ad esempio, se un’obbligazione produce cedole o le azioni dividendi, questi proventi vengono tassati anche se l’investitore ha subito perdite nei quattro anni precedenti, che hanno generato minusvalenze. Inoltre, l’investitore potrebbe dover pagare un’imposta su cedola o dividendo durante la durata dell’investimento, anche se alla fine, vendendo lo stesso titolo, subisce una perdita significativa. Poi, vi è la complicazione (non c’è altro modo di definirla) nei fondi comuni, che rende impossibile compensare i proventi positivi (redditi di capitale) con eventuali perdite (redditi diversi) ottenute sugli stessi fondi. I redditi di capitale non possono mai essere compensati con perdite pregresse, mentre i redditi diversi possono essere compensati, ma solo nei quattro anni successivi a quello in cui la perdita è stata realizzata.
In sostanza, si è sviluppato un percorso che colpisce non solo il reddito, ma anche il patrimonio del contribuente. Tutti questi oneri, nelle loro varie combinazioni, elevano la tassazione sul risparmio a circa il 43%, pari all’aliquota massima dell’IRPEF, colpendo tutte le persone fisiche senza distinzioni.
Ben lontano dall’articolo 47 della Costituzione, questo sistema di tassazione non favorisce né protegge il risparmio in tutte le sue forme. Sarebbe necessario intervenire e concretizzare quanto previsto dalla delega fiscale, non limitandosi a buone intenzioni elettorali che rimangono solo sulla carta.
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