La ricchezza finanziaria nazionale ammonta a 6mila miliardi. Discussione tra Vincenzo Boccia, Paolo Acciari, Alberto Brambilla e Stefano Caselli
Mentre la produttività rimane bloccata, i mercati finanziari si espandono. Non sorprende, quindi, che i redditi siano fermi mentre la ricchezza cresce. L’Italia è disseminata di ascensori sociali, ma quello dei redditi reali sembra bloccato a metà percorso, mentre quello dei patrimoni raggiunge livelli elevati. Questo perché, mentre la crisi energetica e le nuove sfide della competizione globale limitano i margini dei settori produttivi, con picchi inflazionistici che minano il potere d’acquisto delle famiglie, l’aumento del valore immobiliare e i record dei mercati azionari spingono la ricchezza verso l’alto, trasformandola nella vera risorsa primaria del Paese, sebbene ancora non pienamente valorizzata.
Secondo i dati di Bankitalia, dal 2005 ad oggi i redditi familiari sono cresciuti da 1.044 a 1.422 miliardi, mentre la ricchezza finanziaria è schizzata da 3.889 a oltre 6mila miliardi (un incremento del 54,6%), con la ricchezza totale che si avvicina ai 12mila miliardi. Anche se in alcuni casi i patrimoni hanno lottato per tenere il passo con l’inflazione, i redditi sono sempre rimasti indietro.
L’aspetto più contraddittorio è che oggi la stessa ricchezza del Paese, che ancora permette alle famiglie italiane di mantenere e migliorare il proprio standard di vita, soprattutto per le generazioni più penalizzate nella distribuzione della ricchezza, genera effetti collaterali nel sistema, occultando il problema della perdita di produttività e competitività. In sintesi, la ricchezza accumulata nel Paese sta creando delle rendite che mitigano la percezione del problema e disincentivano la difesa del nostro sistema produttivo.
Questi temi sono stati trattati nel dibattito “Redditi stagnanti, ricchezza in crescita” al Festival dell’Economia di Trento. Hanno partecipato Paolo Acciari, dirigente generale del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Vincenzo Boccia, presidente dell’Associazione italiana degli Insigniti della Legion d’Onore e ex presidente di Confindustria, Alberto Brambilla, presidente di Itinerari Previdenziali, e Stefano Caselli, decano della Sda Bocconi School of Management.
Il punto di partenza è il settore produttivo, l’unico ambito dove può originarsi e svilupparsi la crescita: la priorità qui è “la questione energetica”, ha chiarito Vincenzo Boccia. Non è solo una questione di competitività aziendale. “L’indipendenza energetica è un prerequisito per l’indipendenza politica”, ha enfatizzato Boccia. “Se non affrontiamo la questione dell’indipendenza energetica come una questione politica nazionale, e quindi di competitività per le aziende, allora non abbiamo compreso le priorità che dobbiamo affrontare”. Questa crisi energetica è particolarmente significativa nei settori più maturi, dove la componente energetica ha un peso maggiore e dove la perdita di competitività rispetto a paesi come Francia e Spagna, che hanno investito tempestivamente in nucleare e rinnovabili, è più evidente. In altre parole, i redditi e il progresso avanzano più rapidamente quando il motore produttivo del Paese esce dall’emergenza energetica e può competere almeno con gli altri sistemi europei.
Se l’energia è la priorità, la competitività, come ha sottolineato Brambilla, deve essere difesa anche dai molteplici squilibri interni che frenano il PIL: “un basso tasso di produttività e un tasso di occupazione inferiore alla media UE”, a cui si somma una dinamica differente tra la crescita delle entrate fiscali e l’esplosione della spesa per assistenza sociale, e soprattutto una disparità tra il 25% del Paese che paga quasi il 100% delle tasse e sostiene con la propria attività l’esportazione, la ricchezza e l’intero Paese.
Ci sono molte possibili misure di intervento. Stefano Caselli ha evidenziato come i 6mila miliardi di ricchezza finanziaria, che oggi aiutano a sostenere il tenore di vita delle nuove generazioni – in alcuni casi completamente disgiunte dall’attività produttiva – potrebbero essere reindirizzati attraverso una riforma fiscale nel sistema produttivo, incentivando l’uso del risparmio per il finanziamento di aziende più grandi e competitive, e per l’avvio di start-up. Per Caselli, il vero interrogativo è come utilizzare questa ricchezza. E la risposta riguarda interventi sull’educazione finanziaria, sul ruolo delle banche e sulle misure fiscali per il Paese, in particolare rivolte ai giovani, che devono essere rapidamente implementate, perché – come ha sottolineato Acciari – anche il serbatoio di ricchezza e risparmio mostra alcuni segni di cedimento: “Partivamo da un tasso di risparmio molto alto delle famiglie. Nel ’95 era al 16% e ora siamo scesi sotto al 5%. Un lento declino del risparmio che alla lunga incide anche sulla ricchezza”.
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