Più di 390 miliardi di dollari investiti nelle “Magnifiche Sette” attraverso i fondi comuni in Italia
In teoria, i portafogli includono centinaia di azioni da diversi paesi e settori. Tuttavia, in pratica, una porzione significativa dei rendimenti degli strumenti finanziari gestiti e detenuti dagli italiani è influenzata dal rendimento di pochi selezionati titoli: primi tra tutti Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Tesla e Nvidia. Non è più sufficiente consultare il prospetto di un fondo comune di investimento azionario globale e trovare la frase confortante “portafoglio diversificato su oltre 500 titoli” per sentirsi sicuri di aver distribuito adeguatamente il rischio e di non aver concentrato il capitale in un unico settore.

La realtà è che non solo gli indici di riferimento e gli Etf che mirano a replicarli, ma anche i fondi comuni gestiti attivamente, posseggono una parte eccessivamente grande del loro patrimonio in azioni delle cosiddette “Magnifiche Sette”. I numeri parlano chiaro. Limitandosi a considerare l’esposizione a queste aziende tramite i fondi comuni (escludendo Etf, polizze e fondi pensione), l’importo supera i 390 miliardi di dollari, quasi il doppio dei 204 miliardi registrati l’anno precedente.
Questi dati sono stati rivelati da un’analisi dei portafogli di 5.755 fondi azionari e bilanciati offerti in Italia, utilizzando il database Mpower.Finance, supportato da Morningstar. È importante notare che alcuni di questi fondi sono anche distribuiti all’estero, ma la cifra rimane notevole. Sedici fondi superano il limite normativo del 10% di concentrazione in un singolo titolo all’interno del portafoglio. Inoltre, non è raro trovare fondi con portafogli eccessivamente sbilanciati verso queste sette grandi aziende tecnologiche, con una quota che può arrivare fino al 40%. L’impatto di queste aziende è preponderante nel determinare l’andamento del fondo.

In un contesto di mercato positivo, con valori azionari in aumento, questa concentrazione può sembrare un vantaggio per la performance. Tuttavia, il problema si manifesta quando si prevede una possibile correzione brusca e generalizzata di questi titoli, che potrebbe avere ripercussioni sull’intero ecosistema del risparmio gestito e, di conseguenza, sul patrimonio delle famiglie. Quindi, una diversificazione nominale non elimina il rischio sistemico legato alla concentrazione effettiva che emerge dall’analisi dei portafogli. Riconoscere questo paradosso non significa demonizzare le grandi aziende tecnologiche o i fondi che investono in esse, bensì pone un interrogativo fondamentale: stiamo veramente diversificando i nostri investimenti o stiamo semplicemente affidando a gestori e indici la stessa scommessa concentrata su un numero limitato di titoli?
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