Zwingli si rivolge alle truppe svizzere a Monza (3)

Il Palazzo dell'Arengario (foto Wikipedia)

8 settembre 1515. L’esercito francese si è accampato nei pressi di Melegnano deciso a conquistare Milano. Ma Francesco I e i suoi marescialli sperano ancora di poter evitare la battaglia. I contingenti dei cantoni della Svizzera occidentale, con alla testa Berna, si stanno già ritirando. Gli ufficiali svizzeri sono quasi tutti favorevoli a incassare l’oro che è stato loro promesso a Gallarate. I soldati invece sembrano poco propensi a ritirarsi. Per loro quella campagna è stata poco redditizia. Una bella battaglia gli avrebbe permesso di rifarsi.

“Tenemmo molte assemblee. C’era chi voleva tornare a casa e chi voleva combattere,” racconta nella sua cronaca il mercenario del canton Zugo Walter Steiner, figlio del landamano del suo cantone. Presso i mercenari svizzeri vige infatti la singolare tradizione che l’ultima parola sull’entrata in battaglia spetta all’assemblea dei soldati, la “Gemeinde”.

Orami tutti i mercenari svizzeri ancora in Italia si erano radunati presso Milano. I glaronesi erano a Monza. Il loro cappellano Ulrich Zwingli si è rivolto alle truppe alle truppe dal Palazzo dell’Arengario, esortandole ad accettare il patto con la Francia e a tornare in patria. Ma i soldati invece vogliono combattere. Sono venuti in Italia affamati di bottino, il soldo si fa aspettare, non vogliono tornare a casa con le tasche vuote.

I comandanti tengono riunioni su riunioni nel Castello di Milano. Mentre nel cortile gruppi di mercenari attendono ancora le decisioni dei comandanti, nella Sala delle Asse il cardinale Schiner, il prelato vallesano che difende gli interessi del Vaticano, cerca di convincerli a entrare in battaglia. Il suo discorso è riportato da Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia.

“Dunque, ha la nazione nostra sostenuto tante fatiche, sottopostasi a tanti pericoli, sparso tanto sangue, per lasciare in uno solo dì tanta gloria acquistata, tanto nome, agli inimichi Stati vinti da noi? Non son questi quegli medesimi franzesi che accompagnati da noi hanno avuto tante vittorie? Abbandonati da noi sono sempre stati vinti da ciascuno? Non sono questi quegli medesimi francesi che da piccola gente de nostri furono l’anno passato rotti, con tanta gloria, a Novara?”

Marx Röist, borgomastro di Zurigo e comandante delle truppe del suo Cantone, medita sulle le domande retoriche del vescovo di Sion. Il primus inter pares fra i comandanti svizzeri sa che la battaglia sarebbe difficile. “Finora siamo riusciti a far contento il magro imperatore, il grasso re di Francia, e il ciccione duca di Milano, e riuscire a farci pagare da tutti. Ma non si può continuare a mungere sue mucche alla volta. Ora ognuno si è preso una mucca per conto suo e se ne va per la sua strada. Berna e i suoi alleati hanno accettato i soldi francesi ed si sono messi sulla via del ritorno, mentre noi siamo qui a cercare di accontentare l’imperatore. Ma i suoi soldi non gli abbiamo ancora visti… “

Roist non ha molta volta voglia di rischiare una sconfitta solo per non perdere Bellinzona. Anche lui, come gli altri comandanti, propende per l’idea di accettare le offerte francesi, e tornare a casa con un bel gruzzolo. I soli decisi a rimanere a tutti i costi in Lombardia sono Uri, Svitto e Untervaldo. Da 15 anni sono in possesso dei castelli ticinesi, e non vogliono assolutamente rinunciarvi.

MA

(continua)