I frontalieri che nessuno vuole (almeno a parole)

Si parla di nuovo di frontalieri, e in Ticino è subito polemica. L’occasione è data da un nuovo aumento del numero dei pendolari che lavorano in Ticino e risiedono in Italia, che hanno raggiunto la cifra di 66’000. Un numero che spaventa i salariati residenti in Ticino, preoccupati per la concorrenza, e che li porta a sostenere quei partiti che da anni promettono di porre un freno all’aumento, senza peraltro risultati tangibili.

Le preoccupazioni dei salariati residenti è comprensibile. È vero che il boom del frontalierato ha portato alla creazione di un numero di posti di lavoro per cui in Ticino non ci sarebbe sufficiente manodopera: anche trovando un posto ai 14’000 disoccupati residenti (dati ILO), rimarrebbero più di 50’000 posti di lavoro che per forza dovrebbero essere occupati dai pendolari. Ma è difficilmente contestabile che l’inferiorità del 16% del salario mediano ticinese nei confronti di quello svizzero sia da mettere in relazione alla possibilità, per i datori di lavoro, di far capo all’enorme serbatoio di manodopera proveniente dall’Italia.

Lavorare in Ticino è evidentemente interessante per chi in Italia vive lungo la fascia di frontiera e sempre più spesso anche oltre. Innanzitutto c’è lavoro, poi i salari sono buoni, e infine, soprattutto per gli abitanti della zona di confine, i cosiddetti frontalieri fiscali, c’è un considerevole incentivo fiscale a lavorare in Ticino, in quanto i salari vengono tassati con le moderate aliquote fiscali svizzere, e non con quelle ben più salate dell’Agenzia delle entrate italiana.

E qui abbiamo il primo paradosso: un Paese come l’Italia, che notoriamente fatica a far quadrare le finanze pubbliche, rinuncia a una importante fetta di introiti fiscali – secondo una nostra prudente stima si tratta di almeno 500 milioni di euro – per incentivare gli abitanti della zona di confine, spesso ottimi specialisti formatisi a spese del sistema educativo italiano, a fornire le loro prestazioni alla già fiorente economia svizzera.

Dall’altra parte della frontiera abbiamo il secondo paradosso: le istituzioni del Paese che approfitta di questa generosità italiana farebbero volentieri a meno di questo privilegio, e spingono, finora invano, affinché l’Italia tratti i residenti italiani della fascia di confine che lavorano in Svizzera come tutti gli altri contribuenti italiani, e faccia loro pagare normalmente le tasse (nel rispetto naturalmente dei Trattati contro la doppia imposizione). È quanto previsto dal nuovo accordo fiscale fra Berna e Roma, che dovrebbe sostituire quello ormai obsoleto del 1974. L’accordo è stato parafato ormai 4 anni fa, ma da allora giace nei cassetti degli uffici del Parlamento italiano, senza che nessuno si sogni di portarlo in Aula per farlo finalmente approvare definitivamente. Le ragioni sono abbastanza comprensibili. Anche i frontalieri votano, e al momento non sembra che Roma ci sia una forza politica che voglia giocarsi i loro favori.

Sul versante svizzero ci sono forze politiche che agitando lo spauracchio dei frontalieri hanno raccolto importanti consensi elettorali. Ma all’atto pratico, una volta raggiunte le stanze dei bottoni, queste stesse forze si guardano bene dal sostenere quei provvedimenti che potrebbero contribuire ad ovviare agli effetti negativi del fenomeno, per esempio sostenendo l’introduzione di salari minimi, o intervenendo a livello di pianificazione per contenere la cementificazione del territorio, per esempio riducendo drasticamente le aree industriali.

Si preferisce chiedere provvedimenti impossibili da realizzare (chiudere le frontiere), o che esulano dalla competenza delle autorità locali (la disdetta dei Trattati bilaterali) o di scarso effetto pratico (la preferenza indigena nelle assunzioni, che non garantisce per nulla una assunzione a salari adeguati). Il risultato finale è i beneficiari del frontalierato, in primo luogo gli imprenditori che possono far capo ad una ampia offerta di manodopera qualificata a costi contenuti, continuano ad approfittare della situazione.