Accordo fiscale: tira e molla sull’aliquota
Dopo le affermazioni ottimistiche dell’ambasciatore Oscar Knapp sull’imminente conclusione delle trattative fiscali fra Svizzera e Italia, il ministro italiano Grilli getta acqua sul fuoco ed evidenzia le difficoltà ancora da affrontare. Pomo della discordia: l’aliquota dell’imposta liberatoria per legalizzare i fondi neri depositati in Svizzera.
Finte, controfinte, guerra psicologica, comunicati contraddittori: quella in corso fra Svizzera e Italia sull’imposta liberatoria che permetterebbe di legalizzare d’un colpo i capitali italiani depositati illegalmente nelle banche elvetiche assomiglia proprio a una trattativa da manuale.
Da una parte gli svizzeri annunciano che il negoziato è dirittura d’arrivo; dall’altra gli italiani dicono che la meta è ancora lontana: ognuno tira l’acqua al suo mulino. L’osso duro da affrontare è come sempre il “quanto”. Quanto chiedere alle banche svizzere per compensare il fisco italiano per tutti gli anni in cui gli intestatari dei fondi non hanno pagato le tasse nel loro paese? La Svizzera ora offre il 12%, e lascia capire che si potrebbe arrivare anche al 15% del capitale.
L’Italia punta su di una aliquota simile a quella spuntata dalla Germania, che nel caso di patrimoni importanti arriva fino al 41% per cento. Come minimo si afferma di volere il 35%. A sentire queste percentuali gli amministratori di patrimoni della piazza luganese si sentono mancare la terra sotto i piedi, e manifestano a voce alta il timore che i capitali prendano la strada di altri paradisi fiscali, sentenziando in questo modo la fine della piazza finanziaria luganese.
Il che sarebbe come ammettere che il settore finanziario ticinese sta in piedi solo offrendo servizi a chi non rispetta le leggi del proprio paese. Se così fosse, per il futuro della terza piazza finanziaria svizzera si aprirebbero veramente tempi grami.
L’accordo Rubik è probabilmente l’ultima via d’uscita offerta alla Svizzera per mettersi in regola con gli Stati vicini. La pressione per ottenere dalla Svizzera lo scambio automatico di informazioni sta infatti aumentando. In Germania la sinistra, che si oppone all’accordo, perché ritiene che favorisca gli evasori, chiede al governo di revocare agli istituti finanziari svizzeri la licenza bancaria.
In questi giorni a Berna e a Washington si stanno danno gli ultimi ritocchi all’accordo FACTA (Foreign Account Compliance Act), in corso di negoziazione con gli Stati Uniti. A differenza dell’accordo Rubik, che permette ancora di garantire la privacy ai clienti evasori, gli Stati Uniti chiedono che le istituzioni finanziarie svizzere incassino per conto del fisco americano le imposte dovute al governo USA, fornendo un conteggio con tanto di nome, cognome e numero di sicurezza sociale.
Le istituzioni che non firmano si vedranno prelevare un’imposta preventiva del 30% sui proventi dei titoli americani da loro detenuti. Il che significa concretamente dover rinunciare a operare sul mercato USA. Per la piccola fiduciaria luganese, o la banca privata ginevrina, questo non è necessariamente un problema. Ma per i grandi operatori finanziari – banche, assicurazioni, fondi d’investimento – la prospettiva è inaccettabile. E quindi l’accordo verrà firmato. E a questo punto in Europa ci si chiederà perché agli Stati Uniti viene concesso quello che si nega all’Unione europea.
MA
Articoli correlati:
- Accordo fiscale: Lugano offre al massimo il 10%
- Accordo fiscale: l’Italia punta al 25%
- Accordo fiscale con la Germania a rischio
- “Festa popolare antileghista”: nel Varesotto tira aria grama per la Lega
- WIFI sull’ autopostale: una “prima” tutta svizzera
- Italia e Svizzera verso l’accordo fiscale?
- Cavallo sull’ autobus
- Il “Nano” non molla
- Scudo fiscale: Ticino in fibrillazione
- Scudo fiscale:Ticino in fibrillazione














