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Intervista a Davide Van de Sfroos, il frontaliere della musica

21 febbraio 2012 – 11:00Nessun Commento

Davide Van de Sfroos in concerto (foto Carlo Pozzoni)

Non conosce limiti la popolarità di Davide Van De Sfroos, che può contare su migliaia di fans da entrambi i versanti del confine. Un vero interprete della cultura insubrica, che per esprimersi ha scelto con grande successo il dialetto lombardo. Il suo prossimo appuntamento con il pubblico è previsto il 25 febbraio al Mediolanum Forum di Assago. Agli onori anche la band ticinese Vad Vuc, che aprirà il concerto.

Quando hai iniziato a cantare in dialetto, dunque più di vent’anni fa, avresti mai creduto di raggiungere una tale notorietà?

Quando ho cominciato non mi aspettavo tutto questo! Non ero pessimista; anzi, ero determinato a portare una ventata di buona musica dialettale, ciò che rispecchiava una mia esigenza espressiva. Volevo anche mettermi alla prova, sperimentando me stesso su me stesso. Cammin facendo si è ingigantito tutto, e mi sono stupito di aver catturato ascoltatori dai gusti musicali anche molto distanti tra loro. Nel tempo ho apportato cambiamenti e innovazioni al mio stile, sebbene abbia sempre cercato di mantenere la mia impronta originaria, quella che mi portava a dire ciò che sono e che meglio rivelava la mia alchimia.

Il concerto al Forum di Assago verrà aperto dai ticinesi Vad Vuc, anch’essi promotori del dialetto…

Ho desiderato che fossero i Vad Vuc ad aprire le danze perché hanno un tipo di sound e di tecnica… assolutamente nelle nostre corde. Ci siamo ritrovati insieme sul palco diverse volte e apprezzo molto la loro musica, e sono sicuro che verrà gradita anche da coloro che ancora non hanno avuto occasione di conoscerli.

In Ticino puoi contare su di un pubblico molto affezionato. Come vivi questa stagione di paura dei ticinesi di fronte all’invasione dei varesini e dei comaschi, che si esprime in campagne xenofobe come per esempio balairatt?

La questione è delicata, e non si può esaurire con un canzone. Io stesso sono frontaliere, dal momento che porto la mia musica in Svizzera; eppure non ho mai provato sulla mia pelle tale xenofobia. È possibile che ci sia preoccupazione nei confronti di una persona che arriva dall’estero, anche se poi bisognerebbe stabilire quanto stranieri siamo effettivamente, e quanto una dogana possa definire una linea immaginaria al di là della quale siamo una cosa, mentre al di qua siamo tutt’altro. Quando apriamo una cartina geografica ci sono linee e colori di demarcazione ovunque, ma se guardassimo la terra dal satellite non vedremmo nessuna delimitazione: soltanto città, pianure, montagne e mari. È l’uomo che crea confini e guerreggia per prendersi un quadratino di terra di qua e uno di là. Non resta che invocare il buon senso e uno spirito di forza, di koiné, di collaborazione, indipendentemente dalla nazionalità di origine.

Davide Van de Sfroos (foto Luca Bernasconi)

Presenterai canzoni inedite durante il prossimo concerto?

Si tratterà di un concerto celebrativo, che ripercorrerà la storia dei De Sfroos: il tutto in linea con l’uscita del Best of. Quindi si punterà parecchio sulle hits, sui brani che hanno fatto la nostra storia. Conviveranno canzoni recenti con canzoni antiche, magari rivisitate attraverso sonorità più fresche, ma eviteremo pezzi poco conosciuti. Insomma, sarà una classica “scaletta da combattimento”!

La tua nuova canzone El carnevaal de Schignan è stata scelta per la colonna sonora del film Benvenuti al nord. È la prima volta che la tua musica finisce, per così dire, su pellicola?

Sì! È stata una bellissima sorpresa, soprattutto per un amante del cinema come me. Il connubio musica-cinema mi ha sempre affascinato, e ora si è realizzato tramite questo film. Oltretutto credo che il brano sia quantomai azzeccato e in linea con la tematica espressa dal film. Quest’ultimo parla di gente che si sposta dal sud al nord Italia per lavoro; analogamente, il mio pezzo rievoca i tempi in cui i valligiani facevano fagotto e si spostavano all’estero per lavoro.

Sei stato il primo, con Yanez, a cantare in dialetto a Sanremo. Pensi di aver scioccato il pubblico del Festival o di averlo soprattutto incuriosito?

A dire il vero Sanremo aveva vissuto qualcosa di simile con i Tazenda nel 1991. Ma l’anno scorso mi pareva che il pubblico fosse particolarmente predisposto ad accogliere la forza e il brio del dialetto… e contro i pronostici dei bookmakers inglesi, convinti che provenissi da un ambito popolaresco, ho staccato un buon quarto posto. Certo, non si può dire che Yanez fosse un pezzo sanremese doc: aveva un non so che di provocante, ma senza provocazioni il Festival risulterebbe artisticamente piatto.

Oggi nel dialetto sono entrate parole moderne e anche straniere. Cosa ne dici?

Il dialetto, se vuole sopravvivere, non può restare congelato in un armadio. È giusto che stia al passo coi tempi, variando come varia ogni lingua e accettando parole nuove mutuate da altre lingue o dall’italiano. Se non fosse capace di rinnovarsi non sarebbe più credibile. Al giorno d’oggi c’è una ricchezza terminologica che non esisteva al tempo dei nostri nonni: così, posso ancora dire “sum dré a na a cuur” invece che “sum dré a fa jogging”, ma sicuramente non dirò “sum dré a duprà ul rat” al posto di “sum dré a duprà ul mouse”!

DVDS (foto Luca Bernasconi)

Tu hai portato il dialetto in vari palchi europei: com’è stato percepito da gente non italofona, né, tantomeno, dialettofona?

In modo assolutamente esotico. Il dialetto ha incuriosito molto, specie quando ho suonato a New Orleans; ma lo stesso discorso vale per Bruxelles, Madrid, Berlino, e così via.

E quando suoni a Roma o nel sud Italia?

I fan del sud Italia conoscono i testi e i significati delle canzoni meglio di me. A Roma ci sono persino degli esegeti attentissimi, in grado di dirmi quante parole sbaglio. Allo stesso modo anch’io sono molto interessato a conoscere dialetti e parlate che colorano altre zone della penisola.

Pensi di aver influito e incoraggiato alcune giovani band a cantare in dialetto?

Credo che qualcosa del genere sia successo, anche perché numerosi gruppi mi hanno esplicitamente confermato di essere stati incoraggiati dal mio esempio. L’exploit al festival di Sanremo ha fornito un’ulteriore iniezione di fiducia!

Come si sta evolvendo il panorama delle band dialettali?

Ci sono band credibili che meriterebbero una spinta e band meno credibili, sedicenti, che fingono di essere quello che non sono. La scena è molto fitta, e non c’è penuria di talenti, come dimostrano talvolta i talent show.

Loris Trotti

 

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