A Varese si parla del meccanismo di Antikythera
Centodieci anni fa dai fondali prospicienti all’isola greca di Antikythera venne ripescato un antico oggetto meccanico, zeppo di ingranaggi e di ruote dentellate di svariate dimensioni, risalente probabilmente al II secolo avanti Cristo. Gli studiosi ritengono che si tratti di un antico planetario, ma i misteri che nasconde sono ancora molti.
La sua funzione in parte enigmatica ha generato numerose ipotesi, talvolta molto suggestive, altre volte un po’ azzardate e rocambolesche, che saranno al centro della conferenza che il professor Christian Carlos Carman della Universidad de Quilmes (Argentina) terrà venerdì all’Università dell’Insubria di Varese. Secondo alcuni il manufatto sarebbe un cimelio della mitologica Atlantide; secondo altri si tratterebbe della macchina circolare attribuita dal grande prosatore latino Cicerone ad Archimede; per alcuni, ancora, è opera degli extraterrestri mentre pareri più oggettivi tendono a far risalire l’opera al tardo periodo ellenistico, datandola attorno al I-II secolo avanti Cristo.
Alcuni indizi portano in questa direzione: la macchina (della grandezza di un libro) è ricoperta da oltre 2000 caratteri (in gran parte decifrati, ma non ancora pubblicati in traduzione), e presenta figurazioni degli unici cinque pianeti allora visibili ad occhio nudo. Gli altri pianeti verranno scoperti più tardi, specie dopo l’entrata in scena, nel 1609, del cannocchiale di Galileo. Altro indizio che propende all’epoca storica citata è il materiale con cui è stato costruito, il bronzo, notoriamente facile da lavorare e conosciuto dagli antichi in modo ottimale. Tutto ciò è sorprendente, perché dopo il meccanismo di Antikythera non si ha più notizia di congegni simili almeno fino all’XI secolo dopo Cristo.
Ma a cosa serviva questo strumento tanto famoso e tanto inspiegabile ad un tempo? In generale si concorda sulla sua funzione astronomica, in tutto simile a quella di un planetario in grado di calcolare fasi lunari, movimenti dei pianeti, eccetera. Una specie di progenitore del computer, che nasconde ancora parecchi misteri, ma che apre uno squarcio sulle conoscenze scientifiche dell’antichità.
“Nel mio corso parlo sempre agli studenti delle concezioni astronomiche degli antichi, circa le quali c’è oggi moltissima confusione in giro” ha affermato Paolo Musso, docente di Filosofia della Scienza all’Università dell’Insubria, organizzatore dell’evento. “Se quindi è assurdo attribuire agli antichi conoscenze che non potevano avere, come nel caso dei Maya, è però sorprendente scoprire quanto seppero fare a livello puramente osservativo, pur basandosi su teorie errate.La conferenza del professor Carman ce ne darà un’affascinante testimonianza”
Red.
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