L’euro va salvato per forza?
Nell’euro si entra ma non si esce. È la conclusione di diversi studi pubblicati in queste settimane per verificare la fattibilità di un abbandono dell’euro da parte di un paese dell’eurozona.
Tanto per cominciare i trattati con cui è stato introdotto l’euro sono irrevocabili. Una loro revisione richiederebbe l’apertura di un negoziato difficilmente immaginabile. Ma è naturalmente possibile una decisione unilaterale da parte di un singolo stato in violazione degli accordi internazionali, le cui conseguenze potrebbero però rivelarsi più costose dei possibili vantaggi.
Il problema principale è costituito dal fatto che tutti i contratti sottoscritti negli ultimi anni fanno riferimento all’euro. Se un paese indebitato, come per esempio la Grecia, lasciasse l’euro, la moneta europea si rivaluterebbe immediatamente rispetto alla nuova moneta nazionale. I debiti continuerebbero ad essere valutati in euro, rendendo estremamente oneroso il rimborso. Per chi ha per esempio contratto una ipoteca in euro, pagare interessi e ammortamenti con la nuova valuta nazionale sarebbe piuttosto difficile. Per non parlare delle conseguenze sugli impegni dello stato.
Secondo le valutazioni degli esperti dell’Unione di banche svizzere, la svalutazione della moneta nazionale rispetto all’euro sarebbe almeno del 60%. Un rilancio delle esportazioni grazie alla diminuzione dei prezzi non sarebbe immediato. Nel frattempo si assisterebbe ad una catena di fallimenti, a una fuga in grande stile di capitali, al collasso del sistema bancario e ad un peggioramento generale della situazione economica. I costi ammonterebbero al 50% del PIL, pari a circa 10’000 euro per abitante, e a circa la metà negli anni successivi.
Ma anche per uno stato economicamente solido abbandonare l’euro sarebbe controproducente dal punto di vista economico. Se per esempio la Germania reintroducesse il marco, questo si rivaluterebbe immediatamente nei confronti dell’euro di almeno il 40%.
Le esportazioni sarebbero meno competitive – vedi quello che sta succedendo alla Svizzera. Inoltre le banche, nei cui bilanci ci sono notevoli attivi denominati in euro, dovrebbero far fronte a importanti perdite contabili. Il danno in percento del PIL viene valutato fra il 20 e il 25%. Pro capite i costi sarebbero di 8000 euro il primo anno, per poi dimezzare negli anni successivi.
Il salvataggio dei paesi indebitati invece costa molto meno. Un fallimento di Grecia, Irlanda e Portogallo costerebbe in media al contribuente tedesco 1000 euro (l’Italia, che non è stata contemplata nello studio, creerebbe qualche problema supplementare…).
Sulla base di queste valutazioni, non è difficile prevedere che la decisione degli ispettori del Fondo monetario internazionale, dell’Unione europea e della Banca mondiale sul secondo piano di aiuti alla Grecia sarà con tutta probabilità positiva.
MA
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