Eurobonds o doppio euro?
Se non sei in grado di restituire alla banca i mille dollari che ti ha prestato, hai un problema; se devi alla banca un milione e non lo puoi restituire, è la banca ad avere un problema. Si direbbe che i responsabili delle finanze dei paesi alle prese con la necessità di risanare i bilanci statali, ispirandosi a questo detto americano, stiano speculando che alla fine la “banca”, pur di non perdere il milione, accetti di concedere altri crediti.
I contabili del Fondo monetario, dell’Unione europea e della Banca centrale europea recatisi in Grecia per verificare a che punto si trova l’implementazione delle misure di risparmio decise due mesi fa, se ne sono andati dopo essersi resi conto che il governo di Atene non ha neppure ancora cominciato a mettere in pratica le decisioni.
In Italia si assiste da settimane ad un penoso tormentone per cercare di mettere assieme un pacchetto di risparmi che permetta di alleggerire il debito statale (di misure strutturali, che permettano di risolvere i problemi alla base, non si parla neanche).
L’impressione non è quella di responsabili della cosa pubblica che affrontino di petto i problemi alla ricerca di soluzioni definitive, ma di questuanti cronici sempre alla ricerca di qualche espediente per arrivare alla fine della giornata. Con la speranza che i creditori – cioè i paesi finanziariamente solidi dell’Unione europea – pur di non lasciar fallire l’eurozona, accettino di mettere la propria firma sotto nuove cambiali. In questo caso le cambiali si chiamerebbero Eurobonds – una proposta definita “grandiosa” dallo stesso Giulio Tremonti che l’ha avuta. Unico problema da risolvere: convincere i contribuenti tedeschi a garantire la copertura dei deficit di bilancio causati dal diritto dei dipendenti statali greci di andare in pensione a 50 anni, o dall’incapacità del fisco italiano di far pagare le tasse ai propri cittadini.
Una aspettativa che potrebbe questa volta anche andare delusa. I governanti dei paesi dell’Europa del Nord sono confrontati ad un elettorato sempre più ostico a sopportare il fardello di una Unione europea sempre più costosa. Per ora, paradossalmente, è stata la Germania ad approfittare dei benefici dell’euro debole. Ora però i mercati cominciano a temere seriamente una ricaduta nella recessione, mentre il comparto finanziario si trova sempre più nella tempesta.
E così si fanno sempre più insistenti le voci di chi propone di rivedere il principio della valuta comune europea. Un abbandono completo dell’euro per ritornare alle vecchie valute è difficilmente immaginabile (e a questo punto difficilmente attuabile). Ma sempre più frequentemente si parla ora della possibilità di introdurre un doppio euro: un euro forte in circolazione nei paesi del Nord, come Germania, Francia, Olanda, un euro debole per i paesi incapaci di gestire politicamente le proprie finanze, come Portogallo, Grecia, Spagna, Italia. Il debito continuerebbe ad essere contabilizzato con l’euro forte, mentre l’euro debole verrebbe svalutato in modo da permettere un recupero di competitività dei paesi con problemi di crescita.
Michele Andreoli
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