La Lega stravince e la frontiera trema
L’affermazione storica della Lega dei ticinesi, che è diventata il primo partito del canton Ticino non fa felici tutti, anzi. I cugini svizzeri del “Carroccio” hanno costruito la loro vittoria proprio sulle spalle dei frontalieri e sulle tensioni fiscali fra Svizzera e l’Italia.
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Con due assessori in governo e con un sostegno del 30% dell’elettorato regionale, è probabile che accentueranno la loro pressione per ottenere quanto chiedono: riduzione del numero dei frontalieri, riduzione dei ristorni all’Italia. I primi a perderci, dunque, potrebbero essere proprio i frontalieri e i comuni di confine.
Le esternazioni di Giuliano Bignasca, il leader storico della Lega dei ticinesi, possono anche sembrare folcloristiche. Ma il massiccio sostegno popolare, ottenuto ieri in occasione delle elezioni cantonali, rischia di esacerbare le già evidenti tensioni fra il Canton Ticino e l’Italia.
Bignasca, appena intascata la vittoria, ha immediatamente ribadito che i rapporti con Roma devono cambiare, o con le buone o con le cattive. Se l’ultimo scudo fiscale aveva creato più di un problema per la piazza finanziaria ticinese, le questioni aperte oggi sono legate, in primo luogo, alla “black list” del ministro Tremonti che rende quasi impossibile, alle ditte svizzere, lavorare in Italia. Un trattamento che per gli imprenditori svizzeri e per la Lega è inaccettabile e discriminatorio.
Ristorni da rivedere
Proprio per questo, oltre a volere limitare di almeno 10’000 il numero dei frontalieri che lavorano in Svizzera (in Ticino sono circa 48′000 e sono in costante crescita) la Lega e il suo leader, da mesi chiedono la riduzione della percentuale sulle imposte alla fonte, che la Svizzera ristorna all’Italia.
Si tratta di circa 50 milioni di franchi l’anno che corrispondono a quasi il 40% del totale incassato dall’erario svizzero. La Lega vorrebbe portare questa percentuale al 12.5% analogamente a quanto stipulato con l’Austria.
Se fin qui la pretesa leghista sembrava una semplice provocazione, da oggi, con due assessori nel governo regionale e un appoggio popolare “bulgaro”, la Lega è nella condizione di potere fare la voce grossa, chiedendo la rinegoziazione degli accordi del 1974 fra Berna e Roma e ottenere la riduzione dei ristorni.
Un colpo durissimo per i comuni di frontiera
Basta leggere la stampa regionale lombarda di questi giorni per rendersi conto dei timori che si stanno diffondendo fra i numerosi comuni della fascia di frontiera. Ci sono, infatti, amministrazioni locali che riescono a finanziare le loro opere pubbliche quasi esclusivamente grazie ai ristorni dei loro frontalieri. Se l’aliquota dovesse passare da quasi il 40% attuale ad appena il 12.5%, il danno sarebbe enorme. Tanto più che il taglio dell’ICI operato da Roma, ha lasciato senza risorse molti comuni. Per tranquillizzare un po’ tutti, alcuni sindacalisti hanno fatto notare che gli accordi fra Stati nazionali non si possono cambiare dall’oggi al domani. Infatti, l’accordo del 1974 è stato firmato fra Roma e Berna.
Berna e Roma ai ferri corti
Ma non ci si deve dimenticare che anche Berna ha i suoi problemi con Roma. Solo qualche giorno fa, la ministra degli esteri elvetica Micheline Calmy-Rey, in un’intervista al Corriere della sera, tradiva la sua irritazione soprattutto con il ministro Giulio Tremonti che continua a rifiutarsi di sottoscrivere gli accordi sulla cooperazione fiscale che la Svizzera sta trattando con i paesi dell’UE. “Un atteggiamento -ha detto la ministra- che testimonia come Tremonti abbia un problema personale inspiegabile con la Svizzera.”. Berna, ha pronto da mesi l’accordo contro la doppia imposizione discusso con Germania e Regno Unito. Berlino e Londra, forse a causa delle resistenze di Roma, stanno però prendendo tempo e per il momento non hanno ancora firmato. Tutto questo non piace per niente al governo elvetico.
Mario Besani
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