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La ricerca di Alberto Giacometti al MAGA di Gallarate

6 marzo 2011 – 19:56Nessun Commento

La ricerca della verità assoluta, e la coscienza dell’impossibilità di trovarla sono due costanti nel lavoro e nel’opera di Alberto Giacometti. La mostra dedicata a Giacometti dal Museo Maga di Gallarate documenta alcuni aspetti inesplorati del confronto dell’artista di Stampa (GR) con questa tematica.

“Più si fallisce e più si progredisce. Successo o fallimento sono concetti che non hanno alcun senso,” spiegava Alberto Giacometti al documentarista Jean-Marie Drot nel 1963. Giacometti sapeva che le sue opere non sarebbero mai state veramente finite, ma non rinunciava a provarci. La ricerca non aveva mai fine. ”Io non voglio fare un bell’oggetto, ma voglio cogliere le emozioni, voglio catturare quello che c’è dietro l’apparenza”.

La ricerca era più importante del risultato, e così Giacometti non finiva mai di tormentare le sue figure alla ricerca della loro essenza. In certi casi era talmente insoddisfatto del suo lavoro che distruggeva quanto aveva fatto. Le opere giunte fino a noi sono le tracce di questo lavoro. Tracce spesso raccolte dal fratello Diego, che andava alla mattina nel suo studio, e quando vedeva una scultura che gli piaceva, portava la creta in fonderia, dove veniva fatto il calco di gesso, da cui poi veniva ricavato il bronzo. Il modello in creata tornava in studio. Alberto si rimetteva a trasformarla, spesso senza sapere che nel frattempo esisteva già una scultura.

La possibilità che l’autenticità sia da cercare al di là della realtà apparente era stata suggerita a Giacometti dai surrealisti con cui aveva iniziato il suo cammino artistico. Più avanti nel suo percorso, Giacometti aveva cominciato a rivisitare ripetutamente gli stessi soggetti, i suoi familiari, amici e colleghi artisti, concentrando sempre più il gesto creativo in una rarefatta ricerca dell’essenziale.

L’ansia di riuscire a catturare l’essenza del visibile accompagnava Giacometti ovunque. Lo documentano gli schizzi e i bozzetti a cui la mostra di Gallarate offre ampio spazio. Si tratta di schizzi improvvisati nei caffé, su pagine di giornale, su pezzi di carta, spesso ispirati dall’attualità del momento. «C’è un qualcosa di intimo in questi lavori», ha detto Michael Peppiatt, autore di “In Giacometti’s Studio”, che per questo lavoro ha studiato i bozzetti conservati dagli eredi dell’artista. «Mi hanno permesso di spaziare fra 300 disegni, ed ero commosso. Sentivo quasi la presenza di Giacometti, come se i suoi schizzi stessero cadendo direttamente dalle sue mani.”

Una mostra insomma che vuole presentare al pubblico l’opera dell’artista di Stampa anche attraverso aspetti meno conosciuti del suo lavoro, ma che proprio per questo ci permette di capire meglio il suo mondo.

Michele Andreoli

 

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